La depressione verrà diagnosticata con un esame del sangue

La depressione verrà diagnosticata con un esame del sangue
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3 Dicembre Dic 2018 15 giorni fa

E' italiano lo studio che aiuterà a personalizzare le cure da utilizzare per contrastarla

Tra soli 5 anni basterà un esame del sangue per diagnosticare la depressione. Questo semplice metodo aiuterà i medici a personalizzare sia la diagnosi che le eventuali cure da utilizzare per far fronte alla patologia. Inoltre potrà rivelare i soggetti che sono a rischio depressione. Lo studio è stato condotto da due ricercatori italiani, Dario Aspesi e Graziano Pinna della University of Illinois at Chicago e il loro lavoro è stato pubblicato su Expert Reviews of Proteomics. I risultati sono stati presentati a Dallas durante l’ultima conferenza dei ricercatori italiani nel mondo. Come ha spiegato Pinna “Il test che valuterà la presenza o assenza di marcatori legati alla malattia, potrebbe entrare nella pratica clinica nel giro di cinque anni”. L’esame del sangue servirà a misurare i livelli ematici di molecole di tipo neurosteroidi. Queste molecole vengono prodotte dal nostro cervello e sono presenti nel nostro sangue. In caso di stress vengono alterate. Grazie alla misurazione dei loro livelli si possono individuare turbe psichiche dell’umore e quindi anche patologie quali la depressione o il disordine da stress post-traumatico.

Pinna ha poi sottolineato che stanno mettendo a punto “un test del sangue che va alla ricerca di diverse molecole, almeno 20, la cui concentrazione è determinante per capire chi soffre di depressione o chi è incline al disturbo post-traumatico”. Il test servirà anche per individuare chi tra i pazienti potrà avere benefici usando certi farmaci e chi altri. In questo modo ogni cura sarà personalizzata e avrà maggior possibilità di riuscita. In medicina i disturbi psichiatrici vengono solitamente diagnosticati tramite questionari o sintomi del paziente stesso. Poter invece avere a disposizione un test che possa tracciare la biofirma di ogni paziente aiuterebbe molto sia dal punto di vista diagnostico che curativo. Pinna ha concluso evidenziando che ciò “potrebbe anche aiutare a individuare sottopopolazioni diverse di pazienti, organizzare trial clinici più mirati e sviluppare farmaci di precisione””.

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