La sinistra è finita ma il suo sistema di potere resiste

La sinistra è finita ma il suo sistema  di potere resiste
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4 Dicembre Dic 2018 8 giorni fa

Ho letto e apprezzato il bellissimo, incandescente articolo apparso domenica a firma di Luigi Mascheroni. Chi ha pagato e paga le conseguenze di quello scenario sa che le sue parole sono ben fondate, e lo sa anche chi non lo ammetterà mai. Il mio pensiero su tutta la faccenda però è diverso su alcuni punti. Il primo punto riguarda il rapporto tra cultura e potere, che è già di per sé un tema di sinistra. Esisteva un tempo una società letteraria, una Repubblica delle Lettere (come la chiama Marc Fumaroli) che raccoglieva scrittori e poeti uniti dal puro fatto di essere scrittori e poeti. Nella prima metà degli anni Settanta, in Italia, il Pci - in conseguenza di una ben nota spartizione di poteri con la Dc, specie dopo lo «strappo da Mosca», quando i borghesi furono cancellati dalla lista dei nemici - chiamò a raccolta gli intellettuali, offrì loro una specie di casa, di protezione, acquisendo forza nell'università, nella scuola, nell'editoria e in altri ambiti consimili. Questo fatto distrusse la vecchia società letteraria e produsse un effetto dentro/fuori, un sistema di potere complesso basato su un meccanismo esclusivo capace di sopravvivere a tutti i disastri che costellarono, successivamente, lo stesso Pci. L'essere «di sinistra» perse via via importanza: importava, importa essere dentro quel mondo, oppure fuori. O sei un «amico», o puoi essere anche molto stimato ma resti un «non-amico» a meno che (se è questo che ti sta a cuore) qualcuno, da dentro, non ti sdogani.

Io non giudico tutto questo, se non per il fatto che, forse, una vera società letteraria sarebbe una bella cosa anche oggi. Conosco diversi scrittori «di sinistra» e di alcuni di loro sono amico, come Sandro Veronesi, che è un bravissimo scrittore e anche una brava persona. Penso, piuttosto, che di fronte ai dati che Mascheroni ci ha fornito si possa nutrire un sentimento non necessariamente rancoroso. L'intellettuale «di destra» per dna non fa sistema, è fiero della sua individualità e della sua fragilità, patisce la solitudine e al tempo stesso la ama, può farsi (talvolta) amico del potere ma sapendo che il potere potrà sbarazzarsene alla prima occasione. Un intellettuale che non si riconosce nella sinistra - o, meglio, nel sistema-sinistra, perché a sinistra sono tanti quelli fuori dal sistema - dovrebbe pagare volentieri il prezzo dell'esclusione dai salotti buoni (festival, premi, rassegne, appelli e via dicendo) perché ama ciò in cui crede. Se non paghiamo un prezzo per ciò che amiamo, finiremo per pagarlo per cose che, in fondo, non ci interessano. Tutta questa storia è stata anche la conseguenza di una perdita d'importanza culturale dell'Italia. Da noi conta il patrimonio storico, non la cultura presente, che è una cultura globalizzata, una cultura dell'impero di cui l'Italia è una regione periferica come il Kenia o la Lettonia.

Per concludere: tutti paghiamo, in un modo o nell'altro. Tanto vale farlo bene. Piuttosto, nulla vieta a chi non è di sinistra ma ha i soldi di indire un festival, un premio, una rassegna di qualità, dimostrando maggior apertura mentale e senza cadere nell'equivoco dei cattolici e specialmente dei preti, che per dimostrarsi aperti chiamano a parlare nelle parrocchie gli stessi intellettuali che hanno già a disposizione tutte le altre platee. Ma non crediamo che questo sistema durerà in eterno. La storia sgretola anche le proprie ipotesi sul futuro, la realtà vince i sogni dei tiranni e le società perfette.'

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