La letteratura ad alta quota? Precipita in crepacci di noia

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6 Dicembre Dic 2018 10 giorni fa

Nel nuovo racconto di Paolo Cognetti troppi stereotipi tra il new age e il bucolico. E leggerlo diventa una scalata

Non bastava Mauro Corona con i suoi libri montanari, ci toccano anche le montagne di Paolo Cognetti, già vincitore del premio Strega con Le otto montagne, ma si vede che otto erano poche, così adesso se ne esce con un nuovo racconto di viaggio edito da Einaudi, Senza mai arrivare in cima, dove scorrazza qua e là per l'Himalaya alla ricerca di una dimensione spirituale. Come quelli che vanno in India per trovare se stessi, e però purtroppo non ci restano, tornano sempre qui a rompere le palle a noi. È un racconto new age fuori tempo massimo ma in realtà istruttivo, perché ti fa capire come si possa rimbecillire una persona quando va alla ricerca di se stesso in luoghi orientali. Per dire, gli scienziati cercano di conciliare la meccanica quantistica con la relatività generale, i neuroscienziati indagano sui meccanismi cerebrali della nostra coscienza, mentre uno come Cognetti, deambulando per il Tibet, si fa ben altre domande, complicatissime, almeno per lui.

Tipo vede del fieno, un volo di uccelli, un pero, e si interroga pensoso come neppure un beduino del V secolo: «Che cosa si nascondeva dentro alle trecce del fieno? Che cosa nel volo dei gipeti, che cosa nel pero selvatico ne bel mezzo del bosco?». Ma cosa vuoi che si nasconda, Cognetti? Tua nonna?

Quasi a metà del libro, dopo chilometri e chilometri di camminate che neppure Antonio Moresco nei suoi momenti di misticismo deambulatorio, bisogna ammettere che Cognetti arriva però a un'illuminazione, quando si chiede: «Ma cosa ci faccio qui? Perché me ne sto a tremare a cinquemila metri, nient'altro che gelo e buio intorno, lo stomaco che si contorce? Perché invece non sono a casa mia con la donna che amo, la cena in tavola, un po' di musica, un letto caldo?» Già, perché non te ne sei rimasto a casa? Per carità, se non altro la moglie se l'è tolto di torno per po', lui non avrà trovato se stesso, ma almeno lei avrà trovato un momento di pace.

Non hanno limite, le domande della ricerca spirituale di Cognetti in Tibet, ogni minimo gesto lo lascia stupefatto, l'uomo di Neanderthal al cospetto di Cognetti era Einstein. Per dire, voi siete in un bosco, raccogliete delle more e ve le mangiate, o ve le portate via, e perfino uno scimpanzé farebbe altrettanto, ma Cognetti no, è troppo profondo. «Mi sedetti sotto un ginepro carico di bacche mature e ne raccolsi qualcuna senza motivo, le misi in tasca pensando che prima o poi avrei trovato la ragione di quel gesto». Un vero mistero, sarà ancora lì a chiederselo con le bacche ormai marce in tasca.

Il libro è breve ma sembra non finire più, altro che senza mai arrivare in cima, non so come si faccia a arrivare in fondo, io l'ho letto giusto perché mi pagano. Cammina sempre più rintronato e si trova davanti un ruscello, e che pensa? «Anche senza sapere cosa cercando, pensai, un torrente è la migliore via da seguire: indica una direzione, sale verso la propria sorgente e vedendolo farsi più limpido senti di andare verso la sua purezza e la tua». Uno spera solo che arrivato alla sorgente vengano tutti sepolti da una valanga, ma non è così, perché come ci insegnava già Leopardi la Natura è indifferente, purtroppo. Comunque la purezza è il punto fondamentale: «quando si è raggiunta la purezza?», «a quella purezza ne corrispondeva un'altra dentro di me», «la purezza a cui accediamo salendo alla quota degli elementi» e via dicendo. Insomma, si evince che la ricerca della purezza è inversamente proporzionale a quella dell'intelligenza.

Tuttavia Cognetti, tra un monastero, una capanna e una litania tibetana, prende anche delle decisioni che scatenano emozioni incredibili. Il pero, per dire, non si limita a contemplarlo: «Ne staccai un frutto duro e acerbo, lo masticai ma legava la bocca e sputandolo mi venne da chiedere scusa all'albero».

Io chiederei scusa ai lettori, più che all'albero, visto ci si arrovella demenzialmente su qualsiasi cosa: si muove un filo d'erba e deve essere uno spirito, cade un sassolino e chissà quale fantasma lo ha mosso, perfino una merda pestata dal compagno di viaggio scatena il senso di mistero e strani presagi, cioè sentite qui: «Mosse qualcosa con la suola, era uno sterco come di capra. Alzai lo sguardo alle pareti e mi chiesi quante presenze ci fossero lassù nascoste a osservarci». Io direi nessuna presenza, Cognetti, perché se ci fosse stata vi avrebbe preso a sassate.

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