"Un delitto in provincia per raccontare il Paese e i suoi fantasmi nascosti"

Un delitto in provincia per raccontare il Paese e i suoi fantasmi nascosti
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6 Dicembre Dic 2018 12 giorni fa

Un originale «giallo» dello scrittore di Latina «Siamo tutti potenziali assassini o santi»

È domenica 25 febbraio 1996 quando due giovani fidanzati, Emanuele e Loredana, vengono ritrovati morti, ammazzati da 184 coltellate. Il delitto avviene ad Agora, un paesino sui Monti Lepini, terre laziali abitate fin dai tempi più antichi, ai piedi delle quali si estende l'Agro Pontino. La geografia di Antonio Pennacchi, che fra questi monti ambienta Il delitto di Agora, il suo nuovo romanzo (Mondadori, pagg. 216, euro 18): un «giallo» a modo suo, che era uscito, in origine, nel 1998 per l'editore Donzelli, con il titolo Una nuvola rossa (che appare nel sottotitolo, «per non fregare i lettori», specifica lui), «liberamente ispirato» a un delitto vero, avvenuto a Cori. E che ora Pennacchi ha riscritto: «Ho ristudiato, rifatto delle parti, aggiunto un capitolo e cambiato l'epilogo».

Antonio Pennacchi, lei spiega, nel libro, che non lo voleva scrivere. Ora però lo ha riscritto.

«Non lo volevo fare all'inizio, nel '97. Non è roba mia, non sono un giallista. La violenza mi mette ansia. Mia moglie guarda i film gialli, io no, faccio come Totti. Chiudo l'occhi».

E com'è che poi ha deciso di scrivere questa storia?

«Perché mi capitarono in mano i verbali dell'inchiesta, con gli interrogatori dei vari testimoni, e mi colpì il linguaggio, fortemente letterario».

Letterario?

«Tutta la ridda di dissonanze fra le varie deposizioni restituiva il quadro di una comunità. Sa, io sono uno periferico, sto in campagna: ma la campagna è metà del Paese... E lì era rappresentato, plasticamente, un quadro di uno di questi paesini di campagna».

E perché ha riscritto il libro?

«Già vent'anni fa non ero convinto del finale: mi sfuggiva qualcosa di questo guazzabuglio. Non si riusciva a capire niente, e poi sentivo, forte, il dramma angosciante dell'inconoscibilità del reale».

Si spieghi.

«Nel reale stai dentro, lo agisci, ma non puoi comprenderlo nella sua interezza. Perciò ho rifatto il libro: non era chiuso bene, né ero convinto dell'esito del processo vero. Mi si è accesa la lampadina vent'anni dopo, che ci posso fare?».

E l'inconoscibilità del reale?

«Mi ossessiona. Abbiamo una oggettiva incapacità di capire quello che è successo. Il reale è dominato dalla privazione di senso, secondo il pensiero debole; ma io resto per il pensiero forte: credo che un senso al reale lo debba dare l'uomo, che debba fare lo sforzo di capirlo».

Questa inconoscibilità vale anche nella storia? Lei cita casi di personaggi che forse erano molto diversi da come ce li hanno raccontati: Nerone, Cicerone...

«Ho studiato storia romana. Questa tensione, questo rapporto con la storia è in tutta la mia scrittura: da Il fasciocomunista a Canale Mussolini, anche il più stupido dei miei personaggi vive immerso nella storia. Noi siamo questo: quello che eravamo un milione o centomila anni fa agisce in noi, e non solo a livello del Dna, ma nel mito, nella cultura».

A proposito di miti, i Monti Lepini sono pieni di lupi mannari, fantasmi di duemila anni fa, antiche rivalità...

«In qualunque paese dell'Appennino e delle Alpi è come qua: ci sono streghe, fate, fantasmi. È il mondo contadino. Non lo trova nella narrativa doc italiana perché è fatta dall'élite, che vive a Roma o nelle metropoli. Ma se va nel popolo, queste storie le sente. Ha notato che in campagna in molti angoli c'è una cappelletta, o una statua della Madonna?».

Sì.

«Ecco, perché era successo un guaio, lì. Io prendo dal reale. Il magico-religioso è presente nel nostro Paese. Se altri non lo colgono, peggio per loro».

I testimoni vengono interrogati e re-interrogati, in un susseguirsi di voci contrastanti. È come un coro?

«È un coro. Ci va nei bar suo marito?».

Non credo.

«E che campate a fare? Beh, comunque nei bar è così: uno dice una cosa, uno l'altra; la gente emette le peggio fregnacce, a rotta di collo. Basta seguire i social di Salvini o dei Cinquestelle... Le fake news, come le chiamate voi, ci sono sempre state: nei paesi è un continuo di chiacchiere».

Da una parte c'è questa verità che sfugge, ma dall'altra...

«...dall'altra c'è l'ossessione della verità processuale, ci sono i teoremi dei giudici».

E quindi?

«E quindi io ho raccontato la storia, che devo fare? Non devo dire come fare per salvare il mondo: ci ho provato da giovane, ma i risultati non sono stati buoni, eh... Il mio compito è solo di raccontare il mondo, quel poco che conosco. Certo ho una responsabilità sociale».

Quale?

«Provarci, a capire il reale, pur sapendo che non è alla mia portata. E farlo con onestà, che vuol dire non mentire e non omettere».

Uno dei personaggi, il Penalista, dice che siamo tutti potenziali assassini. E gli scrittori più di tutti.

«Scrivere, secondo lui, è la sublimazione massima della violenza: violenti la lingua, le parole, i significati, e metti su carta le tue peggiori ossessioni».

Lei che ne pensa?

«Sono parole del Penalista».

Però siamo tutti potenziali assassini?

«Tutti. Tutti, allo stesso tempo, siamo potenziali santi e potenziali assassini. Ci vuole anche tanto culo, nella vita, mi perdoni l'espressione».

È vero che piange a tutti i funerali?

«Quasi a tutti. E durante i film, se sono commoventi. Certo, nel finale di Rocky - Rocky 1, mi raccomando - quando grida: Adrianaaa...».

Quanto conta l'ironia? Come la usa?

«Non è che la uso».

Ma i suoi libri sono pieni di umorismo.

«Sì, però non è che lo decida prima. Anche quando uso le figure retoriche non funziona così, i libri non li faccio con la scaletta».

Come li fa?

«Io il libro lo costruisco in pancia, leggendo, studiando e informandomi e poi, quando è ora, esce: esce tutto di botto, è un lavorare inconscio».

E l'ironia?

«L'ironia - che non è sarcasmo, ci tengo - è più autoironia, prendo in giro soprattutto me stesso. Non prendersi troppo sul serio, questo è l'importante, alla fine. Penso... C'è qualcuno che mi chiama maestro: a me viene da ridere, io sono sempre l'operaio che ero. Uno che di mestiere racconta storie».

C'è modo e modo di farlo.

«Anche di fare l'operaio, o il muratore, o il gommista, e ho fatto pure quello. Bisogna lavorare con coscienza: se fai male una gomma, rischi di ammazzare un cristiano. Si figuri a fare il politico, li mortacci loro, che responsabilità è».

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