Cavalli (veri) sulla scena e un viaggio nel tempo

Cavalli (veri) sulla scena e un viaggio nel tempo
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7 Dicembre Dic 2018 6 giorni fa

Tra gli effetti del regista Livermore piogge e ponti La vicenda trasloca nel '900. Gran finale più lento

La stagione del Teatro alla Scala apre con «Attila», opera giovanile di Giuseppe Verdi. Nel ruolo del titolo, il basso Ildar Abdrazakov, affiancato dall'Odabella di Saioa Hèrnandez. Accanto ai protagonisti, il generale romano Ezio (George Petean): l'uomo che offre «l'universo» ad Attila purché «L'Italia (resti) a me». Leone (Gianluca Buratto) avrà giusto un cammeo, ma di quelli che si imprimono nella mente, anche per la soluzione registica scelta da Davide Livermore. Per la scena dell'incontro di Papa Leone e Attila, si proietta un video col celebre affresco di Raffaello coi protagonisti che poi, in carne e ossa, si incontreranno in sella a due cavalli: bianco per Leone e nero per Attila. Ad apertura di sipario, un video spiegherà gli antefatti: Attila uccide la famiglia di Odabella che è ancora una bimba ma da allora fa della vendetta una ragione di vita.

Anche per questo suo terzo allestimento alla Scala, Livermore attinge a qualche effetto speciale: fa piovere, slancia ponti mobili, catapultando le vicende in un «Novecento distopico nello stile di Riccardo III di Ian McKellen», spiega. Chi è il suo Attila? Un generale molto potente. Poi parte dal presupposto che Verdi «non cavalcava l'onda del consenso facile. Avrebbe potuto prendere una figura orrenda, mitizzata in senso negativo dalla storia, raccontando così una vicenda di liberazione. Ma non lo fece. Semmai prese questo orrendo personaggio storico facendolo diventare colui che insegna etica al popolo italiano, addirittura al generale Ezio. Era una lezione che Verdi impartiva alla sua società. Di fronte alla polita mercantilistica di Ezio, Attila dimostra un alto senso civico, un'altra etica. Quando uno svende la propria nazione, vuol dire che non c'è più ordine morale. È lo sfascio».

Certo spiazzato dalla triade di gran forza Attila-Odabella-Ezio, ecco Foresto (il tenore Fabio Sartori), il cavaliere di Aquileia, innamorato geloso e petulante. In questa produzione scaligera viene però riscattato da una romanza in più, scritta da Verdi per l'esecuzione alla Scala del dicembre 1846, ma mai più sentita in teatro, è circolata solo su disco. A reintrodurla è stato Riccardo Chailly, direttore musicale della Scala dal 2015, al suo quinto Sant'Ambrogio e terza collaborazione con Livermore. A proposito.

Oggi i divi conclamati del mondo dell'opera sono i registi. Ma la verità è una, sempre quella. È il podio il cervello di uno spettacolo d'opera. Chailly vuole una Odabella veemente, che sia una «una scossa tellurica», la vedremo reggere la bandiera d'Italia macchiata di sangue. Rende giustizia a quel «sangue» uccidendo Attila. Il condottiero unno in questa produzione è connubio di ferocia, nobilità (al cospetto del manipolo di traditori), e pure fragilità. Attenzione all'ultimo minuto dello spettacolo, quando i guerrieri romani esclameranno «Appien sono vendicati, dio, popoli e re!». Qui, Il maestro Chailly si è preso una libertà: allarga il tempo, «non può essere eseguito in modo rapido, sono parole troppo importanti per essere bruciate da tempi concitati».

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