La nuova guerra fredda è sui cellulari

La nuova guerra fredda è sui cellulari
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7 Dicembre Dic 2018 6 giorni fa

Non più solo missili e armate, ma troll e fake news inviate a domicilio

Se uno dei più gravi limiti della politica in Occidente è quello di pensare con orizzonti brevi, la grande forza della Cina (insieme con i suoi numeri poderosi) sta invece nella sua tradizionale modalità di pensiero a lungo termine, una visione che si misura in secoli e che guarda lontano con paziente senso storico. In questa ottica, il rafforzamento economico, militare e geostrategico di Pechino osservato a partire dagli anni Ottanta con la leadership di Deng Xiaoping non è che un primo passo verso un futuro ancora lontano, in cui la Cina potrà puntare davvero all'egemonia mondiale.

Il rivale del Dragone, verosimilmente, continuerà ad essere l'Aquila americana, già uscita vincitrice da una guerra fredda con la Russia sovietica e ormai avviata a sostenerne un'altra con il colosso dell'Estremo Oriente. Guerra fredda abbiamo detto, e non a caso: le guerre del presente, e a maggior ragione quelle del futuro, non si giocano più tanto a colpi di missili e di armate da spostare sul terreno, ma semmai in ambito tecnologico, arrivando a colpire fin nelle tasche dei cittadini attraverso le ultime generazioni di i-phone.

L'ambizioso leader cinese Xi Jinping ha dimostrato per tempo di cogliere l'importanza strategica di queste sfide: lo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche, ha detto ancora in un discorso dello scorso aprile, «è un'opportunità per i cinesi che capita una volta ogni mille anni e che non possiamo lasciarci sfuggire». Opportunità che si traduce in una sfida da lanciare al grande concorrente americano: ed ecco che nel piano «Made in China 2025» vengono indicati i dieci settori nei quali la Cina vuole diventare leader mondiale e autosufficiente, settori ad alto contenuto tecnologico tra i quali figurano la robotica, l'industria aerospaziale, la biofarmaceutica, i nuovi materiali e i veicoli elettrici.

La sfida agli Stati Uniti, come dimostra il caso Huawei, viene condotta senza troppi riguardi per la legalità, e al G20 di Buenos Aires nel faccia a faccia tra Xi e Donald Trump si è parlato anche di questo. Più rilevante è che il presidente americano abbia avuto bisogno di un po' più di tempo del suo rivale cinese per comprendere la centralità della sfida tecnologica: inizialmente, piuttosto che ascoltare le richieste dell'industria tech Usa, lui e il suo ministro del Tesoro Steven Mnuchin preferivano privilegiare quelle della classe media impoverita, principale bacino elettorale del presidente-tycoon, puntando sulla difesa dei posti di lavoro negli States.

Ma poi, dopo un confronto con i vertici dei colossi del settore, hanno compreso che formare forza-lavoro per nuove professioni ad alto contenuto tecnologico è ancor più strategico, e l'Amministrazione ha cominciato a investire miliardi di dollari in intelligenza artificiale. In tal modo la visione della Casa Bianca ha preso a somigliare a quella di Xi Jinping: nei prossimi vent'anni si verificheranno grandi cambiamenti nel mondo del lavoro, e le nuove tecnologie ne creeranno invece che distruggerne.

Che la nuova guerra fredda tra Washington e Pechino sia già incentrata sulle tecnologie lo prova l'altissima percentuale di prodotti high-tech sul totale di quelli importati dalla Cina colpiti dai dazi Usa: l'84 per cento. Oltre, naturalmente, all'azione di contrasto a quei trasferimenti di conoscenza imposti alle imprese straniere in cambio dell'ingresso sul mercato cinese e alle attività di spionaggio condotte da Huawei e non solo.

Come ha detto Peter Navarro, consulente della Casa Bianca per le politiche commerciali, «la proprietà intellettuale che la Cina sta cercando di acquisire è decisiva per la supremazia militare degli Stati Uniti». In altre parole, meglio una guerra fredda oggi che una calda domani.

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