La resurrezione di Palmira dopo gli sfregi dell'Isis

La resurrezione di Palmira dopo gli sfregi dell'Isis
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7 Dicembre Dic 2018 5 giorni fa

I lavori di restauro sono già a metà percorso E nel 2019 il sito sarà riaperto al pubblico

Fedele alla sua storia ribelle, l'antica città di Palmira vuole risorgere dalla devastazione dell'Isis. La «sposa del deserto», oasi nel deserto della Siria che ebbe il coraggio di opporsi agli imperatori romani con l'ambiziosa regina Zenobia e poi agli invasori persiani, che resistette alla dominazione bizantina e poi a quella araba, non può arrendersi alla furia iconoclasta del terrorismo della Jihad.

Così, alla Borsa del Turismo archeologico di Paestum, la delegazione dei responsabili del sito siriano ha annunciato che da mesi si sta lavorando a ranghi serrati per ricostruire, restaurare e riorganizzare, in modo da riaprire al pubblico il sito già dal 2019. «Solo pochi giorni fa - ha raccontato Mouhamed Al Khaddour, presidente della Federazione siriana delle Camere del turismo - ho fatto un sopralluogo nella zona con il governatore di Homs, Talal Barazi, per verificare lo stato dei lavori e degli interventi che si stanno portando avanti, anche sulle strade e le infrastrutture attorno all'antica città e siamo a circa metà dell'opera».

Molti archeologi e restauratori siriani, ha spiegato anche Mohamad Saleh, ultimo direttore per il Turismo di Palmira, durante la guerra civile e l'occupazione dell'Isis sono stati fatti uscire dal Paese e si sono rifugiati in Libano, per «continuare a lavorare da lì e non perdere la mano, ma ora sono tornati e sono impegnati nel recupero delle opere danneggiate dagli integralisti».

Come Paestum, Palmira fa parte del patrimonio dell'Unesco e importante, negli ultimi due anni, è stato il ruolo dell'organizzazione delle Nazioni Unite, che è intervenuta per raccogliere fondi e portare avanti diversi interventi. Ad esempio, 150mila dollari sono andati per il recupero del Portico del Tempio di Bel, distrutto dall'auto-proclamato Stato Islamico.

«La Borsa di Paestum - ha detto Mounir Bouchenaki, consigliere speciale del direttore generale dell'Unesco - ha aperto una finestra sull'archeologia mondiale e sullo sviluppo del turismo culturale e in particolare sulle sorti di Palmira durante la guerra. Questo è l'unico posto in cui abbiamo avuto un contatto con Mouhamed Al Khaddour e gli altri responsabili del sito siriano. Abbiamo preso l'impegno di sostenere la rinascita dei questa antica città e il nostro ruolo è anche convogliare finaniamenti che vengono da diverse nazioni».

La manifestazione archeologica, giunta alla sua XXI edizione, ha spiegato il fondatore e presidente Ugo Picarelli, negli anni della guerra civile e della doppia occupazione di Palmira da parte dell'Isis, nel 2015 e nel 2017, ha costantemente tenuto i riflettori accesi sulla città, ospitando i responsabili del sito archeologico. Anche quest'anno, in cui è stata firmata in due lingue la pergamena di gemellaggio tra Paestum e Palmira, alla cerimonia ha partecipato Omar Asaad, figlio di Khaled Al-Asaad, per più di 50 anni direttore generale delle antichità e dei musei della città. Nel 2015, prima dell'occupazione del Califfato, riuscì a nascondere centinaia di statue in un luogo sicuro, per salvarle dalla furia dei jihadisti. Fu imprigionato dai terroristi che lo torturarono per 4 settimane perché rivelasse dove aveva messo al riparo i reperti romani. Non cedette e fu ucciso pubblicamente e appeso a una delle antiche colonne che aveva difeso con la vita. A suo nome è intitolato l'International Archaeological Discovery Award, consegnato alla presenza di Omar Asaad all'archeologo Benjamin Clèment per la scoperta della «piccola Pompei» francese di Vienne.

Proprio alcune delle statue funerarie nascoste fuori città da Al-Asaad sono state restaurate negli ultimi mesi da ricercatori italiani e a Paestum era presente il «padre» degli scavi in Siria, il famoso archeologo emerito della «Sapienza» di Roma, Paolo Matthiae, scopritore dell'antica città di Ebla. Nell'ottobre 2017 gli esperti del Museo nazionale di Damasco hanno completato il restauro del colossale leone che proteggeva l'ingresso del tempio alla dea preislamica Al-lt, l'animale sacro che benedice «chi non spargerà sangue nel santuario». Monito ignorato dai terroristi.

Sono molte le opere danneggiate dai jihadisti che gli archeologi siriani hanno restaurato e lo hanno fatto in team con studiosi di diverse nazioni, anche specialisti del museo Pushkin di Mosca. Mentre infuriava la guerra, droni degli archeologi russi hanno realizzato modelli in 3D del tempio di Baalshamin, sui quali gli scienziati siriani stanno lavorando per il restauro. Nel maggio 2016, quando Palmira fu liberata per la prima volta dall'occupazione dell'Isis, iniziata un anno prima, le principali opere erano ancora intatte e un concerto con le musiche di Bach dell'orchestra di San Pietroburgo celebrò l'evento nel meraviglioso teatro. Ma a dicembre gli uomini del Califfato ripresero il controllo della città e nel gennaio 2017 fecero esplodere la facciata del teatro. Ci vollero altri mesi prima della riconquista definitiva, a marzo 2017, ma già dal giorno dopo si è cominciato a lavorare per riparare i danni.

Ora il gemellaggio con Paestum, ha spiegato Picarelli, rafforza il dialogo interculturale tra due città, unite dalla bellezza di aree archeologiche che fanno parte del Patrimonio Unesco. «Ambedue - ha detto Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco archeologico di Paestum - sono state scoperte nel '700, quando iniziarono le ricerche e gli scavi che in Siria sono stati interrotti dalla guerra. L'antica Poseidonia e Palmira sono due città che hanno molto influenzato la cultura dei popoli e non potranno mai morire».

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