La guerra dei Max e la pace "concettuale". Parente e Papeschi si mettono in mostra

La guerra dei Max e la pace concettuale. Parente e Papeschi si mettono in mostra
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8 Dicembre Dic 2018 10 giorni fa

Lo scrittore, l'artista d'invenzione e quello reale fra icone pop e opere disturbanti

In principio furono le carte da bollo. E gli avvocati e i silenzi ostili. Perché l'uno, Max Papeschi, pubblicitario e artista multimediale di Milano, si sentiva defraudato nientemeno che di se stesso dall'altro, Max Fontana, il suo doppio creato dallo scrittore Massimiliano Parente nel romanzo Il più grande artista del mondo dopo Hitler, edito da Giunti con gran successo. A tanto può arrivare un Doppelgaenger, quell'ombra che ti segue ovunque, più vera di te in carne e ossa: a spogliarti di te e del tuo esistere. Tanto più se il trait d'union fra i due Max è una svastica, la stessa croce uncinata ridotta a icona pop, tra Minnie e uno Chanel n°5, e, allora, non potrà essere una coincidenza.

Così Papeschi e Parente, che neanche si conoscevano di persona, ma in comune avevano l'editore, oltre all'amore per le provocazioni, prima si sono affrontati tramite i rispettivi legali. E poi sono diventati complici. Sembra una sciarada, ma invece è un colpo di genio, la mostra-pamphlet-catalogo itinerante «Max vs Max», fino a domani a Palazzo Cavallerini Lazzaroni, a Roma, quindi al MACRO e successivamente in tutto il mondo. Che cosa è straordinario, in tale mostra non convenzionale? Il fatto che sia nata dall'invenzione di un personaggio di fantasia, Max Fontana, appunto, tipino «più pop di Andy Warhol, più geniale di Marcel Duchamp», diventato più vero del vero Papeschi, artista finora devoto al «product placement»: Coca Cola, hamburger, profumi... E se la di lui biografia è stata pubblicata dopo il romanzo di Parente, ispirando quest'ultimo a creare Max Fontana, sarà l'arte concettuale a giovarsene, tra paperini che hanno la faccia di Donald Trump sul panciotto pennuto e «Eau de Parfum» marca Stalin, con tanto di tappo a falce e martello.

«Scrivevo la mia autobiografia per Sperling&Kupfer e, a un certo punto, m'hanno dato il libro di Massimiliano Parente: Lo conosci?, mi fanno in casa editrice. Il protagonista del suo romanzo sembravo proprio io. Che clonazione! Ho raggiunto Parente su Facebook e, per tre anni, ci siamo detestati. Poi, l'ho incontrato a una festa ed eccoci qua!», ride Fontana, bevendo un Lambrusco via l'altro. «A dirla tutta, ci detestavamo. Ma poi è scoccata una scintilla reciproca. Che cosa è vero e che cosa è falso? Tra l'altro, il mio Max Fontana vanta molte più opere di Max Papeschi», spiega Parente, gli immancabili occhiali cerchiati di giallo e il cappottino corto sulle gambe da pennellone. Qui la guerra dei tre Max (Parente si chiama Massimiliano) non è una cosa seria. Serissima, invece, è l'arte concettuale qui dispiegata, con i suoi giochini paraculi - «l'escatologia, i simboli politici, come quelli nazisti, per destare l'attenzione del circuito comunicativo», scrive Angelo Crespi nella prefazione al catalogo della mostra.

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