Se la Svizzera non ama le carte di credito

Se la Svizzera non ama le carte di credito
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8 Dicembre Dic 2018 5 giorni fa

Piccola lezione di fintech. Si ritiene che l'Italia sia indietro. Che l'uso del contante sia una nostra prerogativa. Basta andare in un post office in Svizzera, patria delle banche, per capire che non è davvero così. È difficile da credere, ma le mitiche poste svizzere, quelle che recapitano le buste senza errori e ritardi, insomma proprio quelle, non accettano pagamenti con le carte di credito. «Troppe commissioni», dicono secchi. Attese contenute, chiusura puntuale alle 12 per la pausa pranzo, ambienti asettici, tecnologi, con l'offerta del nuovo iPhone, ma tutto cash. Come ai vecchi tempi. Vuole pagare un bollettino? Si accomodi fuori e trovi un bancomat: le commissioni in buona sostanza, se ci sono, le paghiamo noi.

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Centocinquanta miliardi al Kempisky, a Saint Moritz. Sono soldi nostri, quelli che gestiscono i grandi fondi pensione italiani, tutti insieme per l'incontro: nuovi temi per un'agenda di lungo e medio termine. Da quello dei medici a quello degli architetti, dagli avvocati ai giornalisti. La società di consulenza Mangusta Risk per il secondo anno li tiene chiusi nelle ovattate stanze dell'hotel per capire dove va il mondo e come cambia il futuro. Quest'anno discorsi chiave sull'evoluzione delle città, dell'urbanizzazione e delle migrazioni. Alejandro Aravena, guest star degli architetti, premio Pritzker nel 2016, ha raccontato come le organizzazioni umane di successo saranno circoscritte alle megalopoli: in prospettiva ci dobbiamo aspettare un milione di esseri umani che ogni settimana cercheranno di trasferirsi in città. Carlo Ratti, docente al Mit, ha invece delineato la realtà delle smart cities. Insomma cosa c'entra tutto ciò con il risparmio delle nostre categorie professionali? Molto. Perché le casse di previdenza sono gli unici investitori di lungo periodo. Saranno loro a dover gestire il nostro futuro, che non sarà più, si diceva in Svizzera, centrato solo sulle scelte dei governi nazionali.

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Sempre in Svizzera, ma questa volta, per uno dei suoi marchi più noti: Rolex. La ditta di orologi da qualche anno ha adottato una politica commerciale simile a quella delle grandi marche del fashion. Ad ogni nuova collezione, in genere si presentano ogni anno a Basilea, si individua un pezzo da produrre in pochi esemplari. Cosí da alimentare la richiesta e creare un effetto iconico. In genere si tratta di orologi di fascia non elevatissima. Almeno negli ultimi anni sono prodotti in acciaio: un paio di anni fa era il turno del vecchio Daytona, in acciaio. L'anno scorso il Gmt, sempre in acciaio, con ghiera rossa e blu. Tutto studiato a tavolino: un effetto scarsità che fa impazzire i collezionisti ed impennare i prezzi.

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Torniamo in Italia, ma restiamo sui marchi. Il calendario Pirelli come tutti gli anni è un piccolo evento che attira giornalisti e per la serata di gala, quest'anno a Milano, un mucchio di celebrità o aspiranti tali. L'unico piccolo inciampo è arrivato dalla televisione pubblica italiana, la Rai. Incredibile il nuovo corso del Tg1. Come praticamente tutti i telegiornali ha fatto il pezzo di anticipazione. Ma a differenza degli altri, la scelta è stata quella di fare le riprese senza loghi. Una roba un po' assurda. In fondo il calendario si chiama Pirelli, ma le riprese non potevano essere fatte con lo sfondo pieno di loghi: e a differenza delle riprese di tutte le altre tv del mondo, le modelle venivano fatte accomodare di fronte ai cartelloni Pirelli, per fare riprese con sfondo no logo. Battaglia dura e pura contro la mercificazione dell'informazione. Bene. E come la mettiamo con il calcio e il campionato, con gli sponsor delle auto, della F1. Ma insomma il made in Italy è anche Pirelli, sia pure un po' cinese, o no?

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