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8 Dicembre Dic 2018 5 giorni fa

Il conduttore mette in guardia sui social: "Aumentano la solitudine"

Sono tanti anni che entra nelle case degli italiani con umiltà e gentilezza: volto noto ed educato della televisione, Marco Liorni è un uomo profondo e schivo, dedito alla sua famiglia, con un passato di studi umanistici che lo hanno formato a livello professionale .

Caro Marco, ha una formazione di tipo umanistico: quanto ha pesato sulla sua vita personale e professionale?
«Parecchio: significa consapevolezza della propria identità, abitudine alla riflessione e molto altro. Spero che gli studi umanistici tornino di moda».

Pochi sanno che è anche un autore televisivo e che ha firmato molti programmi: quale ricorda con piacere e perché?
«Il primissimo: Fuori i grandi!, anni Novanta, per ragazzi, in onda su una tv regionale. Poi Angeli, su Italia 1: in quel periodo la mia vita cambiò. Poi Ama! e fa ciò che vuoi su Rai Premium, scritto con mio padre, nelle lunghe veglie prima che ci lasciasse. E infine ItaliaSì!, adesso, in onda il sabato pomeriggio». A proposito: da sabato prossimo andremo in onda per un mese alle 15 e in edizione ridotta, per far posto allo Zecchino d'Oro.

Ha scritto un libro, Facebook. Tutti nel vortice, dove mettevi in guardia dal dilagare dei social (il libro è stato pubblicato nel 2009, ndr)
«Era un instant-book scritto proprio nel momento in cui Facebook è esploso in Italia, nel 2009. Era bello, era come se ci stessimo ritrovando tutti, mano nella mano, nel vortice di Facebook, dove riscoprivi amici e compagni persi nella vita e nella memoria. Indimenticabile. Ma paradossalmente fu anche l'inizio di un aumento del rischio solitudine. I social hanno più isolato che unito: se non frequenti vis a vis una persona, ti sentirai sempre solo, al di là dei contatti virtuali».

Quale rapporto ha con i social? E come educa i suoi figli a questo nuovo strumento?
«Mio figlio Niccolò a un certo punto ha mollato lo smartphone per prendere un telefono solo con gli sms. Ci è arrivato da solo, era saturo. Uno mette in guardia i figli, ma nulla è meglio che dare qualche informazione occhi negli occhi».

Ha scritto il testo teatrale nel 2016, X=Y, che parla della violenza di genere.
«Sì, con Teatro in Movimento, che da tanti anni lavora con i ragazzi nelle scuole. Mi sono occupato molto della violenza di genere durante La vita in diretta. L'educazione sentimentale è tutta lì. È il rispetto di se stessi. Qualche professore storceva il naso a causa di qualche frase forte, ma poi capiva che era la via obbligata per un linguaggio autentico».

L'educazione è un tratto della sua professionalità che tutti riconoscono; rispetto a questo, quale è stato il suo modello di presentatore televisivo?
«Sono cresciuto ammirando Enzo Tortora, Corrado, Fabrizio Frizzi. Mostri sacri. Ma anche Mino Damato: la sua passione e il suo sguardo sulla vita mi avevano molto colpito».

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