Nel nome della mamma era già scritto un romanzo

Nel nome della mamma era già scritto un romanzo
Inside Over
28 Dicembre Dic 2018 28 dicembre 2018

Federico Roncoroni ricorda la madre Giannina, chiamata così per via di una infermiera francese...

La nostra mamma si chiamava Giannina. La maestra Lina, però, non era d'accordo. Quando, in Prima elementare, lesse il mio pensierino sul nome della mamma «La mia mamma si chiama Giannina» mi obiettò davanti a tutta la classe che forse mi sbagliavo: quasi non sapessi come si chiamava la mia mamma. «La tua mamma si chiama Gianna, voi la chiamate Giannina che è un diminutivo». Ribadii che no, si chiamava proprio Giannina, che non era il diminutivo di niente. La maestra rimase scettica, anche dopo che, con uno zelo che già allora mi parve incomprensibile, ebbe controllato il registro dove a quei tempi erano segnati i nomi e i cognomi dei genitori, ma poi lasciò perdere. A me tuttavia rimase il dubbio che potesse avere ragione. Di ritorno a casa, a mezzogiorno, prima ancora di salutare, chiesi alla mamma come si chiamava. «Come ti chiami mamma?». Pensava che scherzassi. «Per voi bambini mamma, per gli altri Giannina». La sera lo chiesi pure al babbo, che mi guardò come se fossi uscito di testa o volessi prenderlo in giro. Pago delle conferme ricevute, mi addormentai tranquillo, non senza aver mandato un pensiero di compatimento alla maestra che non credeva a quello che dicevo. Allora non potei fare niente per dimostrarle che ero nel giusto. Oggi, a conferma che la nostra mamma si chiamava Giannina, potrei mostrarle la sua carta d'identità. Ecco, qui a fianco, una delle tante, forse la prima, che le furono rilasciate negli anni.

Ma da dove veniva quel nome per noi unico? Quando ce lo siamo chiesti non eravamo più in tempo per domandarlo al nonno Federico e alla nonna Giuseppina, e la mamma non aveva serbato memoria di parenti con quel nome. Pertanto, per saperne di più, abbiamo dovuto rivolgerci a un suo cugino, Eolo, proprio come il re dei venti, che essendo maggiore di lei di ben diciannove anni, tanto che la mamma lo chiamava «zio» ricordava molte cose di famiglia. Secondo lui, il nonno l'aveva chiamata così in omaggio a Janette o Janine, l'infermiera francese che lo aveva amorevolmente curato all'inizio del 1917 quando, durante la Prima guerra mondiale, era rimasto ferito sull'Adamello.

I conti tornavano perché la mamma, nata nell'agosto del 1918, era una «licenzaiola», una bimba concepita da un soldato durante una licenza militare e, di fatto, tra le poche fotografie del nonno di quei tempi ce n'è una in cui è ritratto in piedi, con le stampelle, accanto a due crocerossine, una delle quali poteva forse essere la Janette o Janine in questione. Una storia un po' all'Addio alle armi di Ernest Hemingway, a pensarci bene, ma in fondo plausibile, e poi degna del nonno Federico, che era un bellissimo uomo, con le spalle larghe e massicce, gli occhi azzurri e grandi baffi biondi. La certezza, però, che le cose fossero andate davvero così non l'avemmo mai.

La mamma non smentì in nessuna occasione la storia della crocerossina, anche perché era sempre rimasta innamorata di quel ventenne dell'Eolo che, quando era piccolina, la sollevava tra le braccia e la buttava in aria, per riprenderla al volo, provocandole per l'appunto i suoi primi tuffi al cuore e, anzi, l'ha accreditata come vera, in memoria di suo padre, cui voleva tutto il bene di cui era capace. Lo zio Eolo, per altro, impetuoso al pari di uno dei venti del suo dio, era anche un contaballe d'eccezione e, nel caso specifico, ci mise in sospetto riguardo alla credibilità della sua storia il fatto che la francesina una volta si chiamava Janine o Jannine e un'altra volta Janette o Jannette, quasi che la mamma potesse chiamarsi indifferentemente Giannina, nome dolce e affascinante, o Giannetta o Ginetta, nomi alle nostre orecchie ridicoli.

Sia come sia, la nostra mamma si chiamava Giannina, un nome che le si addiceva benissimo. I più i parenti, le amiche, gli amici i vicini di casa la chiamavano Gianìna con una n sola, perché parlavano il dialetto; i pochi altri per i quali era la signora Giannina la chiamavano Giannina con due n. Noi l'abbiamo sempre chiamata mamma.

***

Ad annuvolare i cieli azzurri dell'infanzia della mamma arrivò, ineluttabilmente, la scuola che, per sua stessa ammissione, lei non amava molto. D'altra parte, come poteva impegnarsi e cercare di primeggiare quando, un giorno sì e uno no, in occasione di ogni sua prestazione, la maestra le diceva: «I tuoi fratelli sì che erano bravi», «Ah, certo non somigli al Primo!». Ce ne era abbastanza da far passare la voglia di studiare anche a un secchione.

Così, appreso quel che doveva apprendere di importante a suo parere leggere, scrivere e far di conto dimostrò, ci raccontava, una forte antipatia per la storia, la geografia, le scienze e le altre materie.

Per altro, rievocando i suoi trascorsi scolastici, la mamma deve aver enfatizzato non poco gli scarsi risultati che ottenne. In realtà, se effettivamente sapeva poco o niente di storia e geografia, era una vera e propria esperta nel campo delle tabelline, della coniugazione dei verbi e, soprattutto, della divisione in sillabe delle parole, croce dei miei anni alle Elementari: «Mamma, dove taglio in aeroplano?». E come ci allenava lei nelle tabelline e nella coniugazione dei verbi non c'era nessuno. Non ebbe mai a fare esami di riparazione né mai fu bocciata, i suoi voti però non andavano mai al di là della sufficienza. Comunque, alla fine del ciclo elementare, il nonno e la nonna la iscrissero all'Avviamento, ma a metà anno la ritirarono per evitare una mortificante bocciatura. Del resto, la sua carriera scolastica era segnata. Suo padre Federico aveva decretato da tempo che non era il caso che le femmine studiassero, anzi era meglio che non studiassero affatto: una presa di posizione che, in contrasto come era con il modo di pensare dell'uomo, aveva tutta l'aria di essere una scusa per giustificare l'insuccesso della figliola.

Di quel mezzo anno alla mamma restò solo il ricordo di due passi mandati a memoria e mai dimenticati. L'inizio dei Promessi sposi: «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli...» e quello di una poesia in francese, La cigale et la fourmi di Jean de La Fontaine: «La cigale, ayant chanté/ tout l'été,/ se trouva fort dépourvue/ quand la bise fut venue...».

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