Nell'"Abisso di Eros" c'è il Novecento classico

Nell'Abisso di Eros c'è il Novecento classico
Inside Over
28 Dicembre Dic 2018 28 dicembre 2018

Il Ventesimo secolo è stato il canto del cigno del mondo analogico rispetto a quello digitale

«Ovunque io viaggi, la Grecia mi ferisce» dice il verso di Seferis che si potrebbe porre come epigrafe a L'abisso di Eros, di Matteo Nucci (Ponte alle Grazie, pagg. 283, euro 16,80). Costruito come un'indagine intorno «al più bello fra gli dèi immortali», la divinità che nella Teogonia di Esiodo «scioglie le membra e doma nei petti la mente e l'assennato consiglio», L'abisso di Eros è in realtà un tuffo nella seduzione in quanto conoscenza, ars amandi e potere della parola, sapienza e bellezza. Soprattutto, è un tuffo nelle profondità della Grecia stessa, del mythos e del logos di cui è popolata, teatro cosmico degli estremi e delle armonie, un'idea di civiltà, in breve, di cui, nonostante tutto, continuiamo a essere testimoni più o meno partecipi e/o avvertiti.

Nucci è un grecista di tutto rispetto e non gli faremo qui il torto, eterni e distratti dilettanti in materia come siamo, di parafrasare ciò che splendidamente racconta: Pericle e Aspasia, i tremori di Saffo e la paideia erotica di Socrate, la grandezza di Sparta e quella di Platone, gli insegnamenti di Tucidide. Non gli faremo questo torto anche perché attualmente è tutto un fiorire editoriale di grecità e di grecisti, parallelo e simultaneo con il venir meno dell'idea stessa che ne dovrebbe essere alla base, un modello di pensiero e di ragionamento, il senso dell'essere e del nulla, per dirla in un altro modo. Deriva da tutto ciò il cattivo odore dell'erudizione spalmata sulla modernità insopportabile del nostro tempo, una mano di vernice che non intacca la mitologia contemporanea della velocità e dell'utilità, della tecnica e dell'artificiale e che trasforma, ultimo sfregio, il mondo classico in cosmesi e ornamento di quello moderno che storicamente gli è succeduto e che è ormai pronto a definitivamente seppellirlo. Proprio perché L'abisso di Eros è un'altra cosa, è in un altro modo che deve essere letto, ovvero come una sorta di testimonianza del passato in quanto presente, vale a dire l'eternità di ciò che è stato in ciò che è, e insieme come la presa d'atto di un epocale passaggio di consegne: non ci si arrende, ma si è consapevoli che non se ne uscirà vittoriosi.

C'è insomma nel libro un non detto, implicito e però inconfessato, e che si può così riassumere. Nato nel 1970, Nucci appartiene probabilmente all'ultima generazione del Novecento che ha imparato a conoscere la civiltà che per comodità definiremo occidentale, sui banchi di una scuola, dalle elementari al liceo, dove le luci e le ombre della classicità greco-romana, del Medioevo e poi del Rinascimento, del Barocco e dell'Illuminismo, dell'Ottocento romantico, del Novecento delle rivoluzioni e delle guerre civili europee finivano per riproiettarsi nella contemporaneità. Lo studio del passato serviva ancora per riconoscere, comprendere e insieme esorcizzare ciò che appariva come il tramonto, appunto, di quella civiltà, la sua decadenza e il suo «inverarsi» nell'età della modernità compiuta. Sorta di scia luminosa, quel passato giustificava l'amarezza del presente e funzionava come una sorta di dinamo, ricaricando le batterie di una resistenza al nuovo nel nome di ciò che, pur nella diversità delle epoche e del loro manifestarsi, veniva letto come un unicum, uno stile di vita e una visione del mondo, un senso di appartenenza e un idem sentire.

Non stiamo parlando di mero passatismo, di vuoto spirito reazionario. Al sorgere dell'età moderna, Machiavelli si rivolge a Tito Livio per trarre ispirazioni riguardo il proprio tempo. L'oratoria incendiaria con cui i tribuni della Rivoluzione francese, i Robespierre, i Saint-Just, danno fuoco all'Ancien Régime è piena di richiami a Licurgo, ai Gracchi, a Bruto. È il poeta inglese Shelley a proclamare, in pieno Ottocento, «siamo tutti Greci». La pittura di un maestro dell'avanguardia novecentesca come Mario Sironi è intrisa di romanità... Si potrebbe continuare, ma credo che il concetto sia chiaro, il dipanarsi di un filo comune che poteva essere sempre riannodato, il navigare tra confini noti pur se gli approdi potevano rivelarsi sconosciuti. L'impressione è che il Nuovo Millennio porti con sé la parola «fine» a quanto detto finora e credo che anche Nucci ne sia consapevole. Naturalmente, questo non vuol dire che si sia alla fine della Storia, né che il futuro annunciato nel presente non sia raccontabile e/o spiegabile nel suo farsi e nel suo essere riletto in forma di passato. Più semplicemente, di quella civiltà tenuta a battesimo dal mondo classico il Novecento è stato lo stadio finale, il canto del cigno dell'analogico rispetto al digitale e all'artificiale. Al di là si aprono aurore mai viste e che, per motivi anagrafici forse Nucci riuscirà a vedere, ma non il sottoscritto.

Così, L'abisso di Eros è, se volete, anche il salutare a ciglio asciutto un secolo, il Ventesimo, e l'idea di civiltà a questo connessa, nella consapevolezza che non ci siano più parate né bandiere all'orizzonte, che insomma il domani non appartiene a noi, per fare il verso a quello che era un comune sentire di una certa destra, che i domani non cantano più, per fare il verso al comune sentire di una certa sinistra. Sì, Seferis aveva ragione e il dolore di una ferita arcana può anche trasformarsi nel balsamo con cui cercare di contrastare l'insopportabile presente. Perché poi, come diceva Guglielmo il Taciturno, «non occorre sperare per intraprendere né riuscire per perseverare».

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