"L’ironia della chiave", romanzo di introspezione a colpi di aforismi

L’ironia della chiave, romanzo di introspezione a colpi di aforismi
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3 Gennaio Gen 2019 03 gennaio 2019

Nicola Farina, dopo aver conquistato il primo posto al Premio internazionale per l’aforisma «Torino in sintesi» 2018, pubblica il suo primo romanzo, tra autoanalisi e umorismo, puntando proprio sull’arte della sentenza breve e fulminante.

L’aforisma è da sempre un genere frequentato dai grandi scrittori. In Italia lo hanno coltivato intellettuali come Leo Longanesi, Ugo Ojetti, Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini, ma allargando il campo sono famose le pillole verbali, le sentenze brevi e ironiche di Oscar Wilde, Woody Allen o dei Fratelli Marx, capaci di piccole inaspettate scosse elettriche di acutezza pronte a spiazzare, divertire o far riflettere.

Nicola Farina, dopo aver coltivato a lungo la passione per l’aforisma con il suo blog pilloleplacebo.com e aver conquistato il primo posto al Premio internazionale per l’aforisma «Torino in sintesi» 2018, ha costruito proprio sull’arte di costruire queste brevi frasi - «La frase migliore? La più corta», diceva Dashiell Hammett - un romanzo che ha nell’introspezione la sua cifra. Il titolo è «L’ironia della chiave», sottotitolo «Vita e opinioni di un analista pigro» (Teseo Editore, 15 euro, distribuito soprattutto su Internet).

«Ho fatto talmente tanta introspezione, che sono uscito dall’altra parte». Sul lettino dell’analista Ettore Rivelli si sdraiano persone di ogni tipo. Sul tappeto del suo studio, invece, si accomoda soltanto Sigmund, il suo inseparabile cane lupo che, non si sa quanto consapevolmente, svolge un fondamentale ruolo nell’indirizzare le terapie, fin dalla prima seduta. L’atteggiamento ironico e autocritico nei confronti dell’esistenza e della propria professione non salva il protagonista da un processo di dura verifica introspettiva che, giorno dopo giorno, aforisma dopo aforisma, arriverà fatalmente al suo sorprendente epilogo.

Articolata in periodi brevi e lapidari, la narrazione di Farina rende omaggio, in controluce, alla letteratura di ispirazione psicanalitica, da Italo Svevo a Irvin Yalom. L’oscillazione e il dubbio tra accettazione e cambiamento che pervade le pagine del libro, sembra risolversi in una terza possibilità, quella dell’astensione. Il risultato è accattivante e produce l’effetto di una lunga metafora in cui il lettore non ha difficoltà a ritrovarsi e adagiarsi.

La chiave, elemento centrale del titolo e della grafica di copertina, racchiude già da sola molteplici significati, in funzione degli attributi che sottintende: ironica, di lettura, analitica. Ma è anche un oggetto reale che, nel corso del racconto, assurge al rango di dono simbolico, illusorio, improbabile passe-partout per chi vuole cercare di aprire le porte della propria anima.

Il registro adottato, ironico e a tratti fulminante, scioglie la potenziale complessità delle tematiche affrontate in una brillante semplicità colloquiale, consentendo, fin dalle prime righe, diversi livelli di lettura. E anche nel contatto diretto Nicola Farina non rinuncia all’ironia. «L’idea del libro» racconta «nasce dal cubo di Rubrick, fare qualcosa di divertente ma che faccia pensare. Il libro parla alla mia generazione, ai più giovani e meno giovani si limita a sussurrare. Il messaggio? Il messaggio c’è ma se sarete d’accordo con me sarà segno che mi sono spiegato male»

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