A noi i Disciplinatha! Vita, morte e rinascita di una vera rockband

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6 Gennaio Gen 2019 06 gennaio 2019

Un saggio ripercorre la storia dell'unico gruppo che ha sfidato il conformismo musicale italiano

I Disciplinatha, il più internazionale dei gruppi rock italiani, nascono a Bentivoglio, oggi un sobborgo di Bologna ma provincia profonda all'inizio degli anni Ottanta. Per chi non c'era all'epoca: l'Emilia era una enclave sovietica nel blocco occidentale; tutto era irregimentato a partire dalla coscienza giovanile col fine di portare voti e consenso al Partito comunista; a Bologna si respirava la paura della bomba atomica ma esplose una bomba vera alla stazione, il 2 agosto 1980. In un ambiente di questo tipo, indossare un uniforme e fare esplicito riferimento agli slogan e all'iconografia del Ventennio era come tirare un bicchiere di vetriolo in faccia alle convenzioni. I Disciplinatha hanno avuto il coraggio di farlo con una coerenza sconosciuta ad altri progetti, come racconta ora la bella biografia del gruppo intitolata Tu meriti il posto che occupi di Giovanni Rossi. Il saggio si acquista sul sito dell'editore Tsunami ed è in sé un'opera d'arte grazie al formidabile lavoro del grafico Simone Poletti.

Torniamo alla storia dei Disciplinatha. La band sviluppa subito un approccio multimediale. Sul palco si presenta con un muro di televisori accesi e inscena una vera e propria performance che lascia il pubblico allibito di fronte al pulpito sul quale il cantante declama i testi, vestito per metà da uomo d'affari e per l'altra metà in uniforme. Il richiamo al Ventennio è fortissimo e rielaborato genialmente. Il primo EP Abbiamo pazientato quarant'anni ora basta (1988) presenta in copertina due bambine in uniforme da Piccole italiane. All'interno la fodera del disco è un collage con bambini in divisa da Balilla, slogan del regime («Me ne frego») inframmezzati da loghi di Enrico Coveri, Timberland, Fiorucci. Le divise dei Balilla hanno qualcosa di strano che all'inizio non si coglie: sul bavero c'è l'aquila di Giorgio Armani. Il disco si apre con uno stralcio del discorso col quale Benito Mussolini annunciava la guerra d'Etiopia nel 1935. Insomma, i Disciplinatha - Dario Parisini, chitarra; Cristiano Santini, voce e chitarra; Daniele Albertazzi, batteria; Marco Maiani, basso - sono un caso unico.

Non passa molto tempo prima che prenda quota il solito dibattito insensato sul fascismo della band. Molti etichettano i Disciplinatha come la risposta di destra al punk filo-sovietico dei CCCP, all'epoca sulla rampa di lancio del successo. Ma i Disciplinatha vanno ben oltre i CCCP di Giovanni Lindo Ferretti (fan della band: «Quando ho ascoltato Adis Abeba sono rimasto incantato»). Questi mettevano in caricatura la sinistra senza sovvertirne gli schemi. I Disciplinatha degli schemi se ne fregavano. In realtà, il richiamo al Ventennio aveva un valore estetico (meglio il rigore dell'anfibio alla sciatteria della ciabatta) ma soprattutto concorreva a definire il significato culturale della band.

Il primo disco dei Disciplinatha andava subito al cuore del problema, in tutti i sensi. Musicalmente è un feroce assalto che non teme il confronto con i migliori gruppi di metal estremo (Slayer e Celtic Frost) e hardcore (Discharge). Solo i critici con le orecchie tappate da cerume ideologico non si arresero al suono dei Disciplinatha, selvaggio ma già professionale.

Nell'insieme, i testi ponevano una serie di domande radicali: se la Repubblica è così libera perché tollera a fatica chi tira fuori l'immaginario del Ventennio? Se la cultura comunista imperante in Emilia è così democratica, perché emargina sistematicamente chi non ne vuole sapere di diventare tesserato Arci? Più in generale: se siamo così liberi, perché desideriamo tutti quanti spegnerci nel consumismo, comprare gli stessi vestiti, leggere gli stessi libri, ascoltare gli stessi dischi? A questa domande, poste con spietata semplicità, nessuno ha ancora replicato, anche perché rispondere significherebbe ammettere l'inammissibile: la cultura è stata gestita come sistema di potere articolato in conventicole tanto ridicole quanto dannose. Il soffocante clima di conformismo non è scomparso. Ha semplicemente cambiato abito. Buttate le espadrillas, si è infilato i tipici desert boots, al posto della kefiah ora indossa una sciarpa. Signore e signori, ecco l'erede diretto del comunismo: il politicamente corretto, la nuova ideologia «democratica» in difesa delle minoranze, soprattutto quelle inesistenti. Piccolo effetto collaterale: il politicamente corretto limita la libertà di espressione ed è corretto, sì, ma nel senso che è corretto secondo i desiderata della politica (come insegnava Ida Magli). Insomma: è uno strumento di controllo potentissimo. Per questo la forza dei Disciplinatha è ancora intatta. Le polemiche sul «fascismo» della band erano assurde ma purtroppo hanno avuto un effetto nefasto: la creazione di un «cordone sanitario» per affondare il gruppo col silenzio. Niente che non si sia visto in altri ambiti, quello letterario ad esempio, con la marginalizzazione di Giuseppe Berto, Antonio Delfini e altri scrittori «troppo» indipendenti.

I Disciplinatha pubblicheranno altri due dischi (Un mondo nuovo e Primigenia), entrambi belli e diversi l'uno dall'altro, prima di sciogliersi. Ma attenzione: ora sono pronti a ripartire col nuovo nome Dish-Is-Nein (cioè Maiani, Parisini, Santini). Il 2018 ha infatti visto la pubblicazione di musica inedita, tagliente come agli esordi. Bentornati, dunque.

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