Che ridere le vecchie élite

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6 Gennaio Gen 2019 10 giorni fa

Siciliano racconta il mondo letterario romano. Permunian fa a pezzi il teatrino editoriale. Due punti di vista opposti

Rinata da vecchie ceneri grazie soprattutto al lavoro di Andrea Caterini, la gloriosa editrice Theoria presenta in contemporanea due testi che più distanti tra loro non potrebbero essere, e che sembrano - non so quanto volutamente - disegnare il capo e la coda, l'estremo oriente e il finisterre di quella cosa dai contorni labili, refrattaria a ogni profilo storico che si voglia serio, che chiamiamo Letteratura Italiana.

Il problema, qui come sempre, sta nell'aggettivo più che nel sostantivo. Italiana, ma di quale Italia? Per dire «Italia» bisogna in qualche modo averne frequentato il centro, o illudersi di averlo fatto. Vi fu, tanti anni fa, qualcuno che pensò di trovare a Roma la casa della letteratura italiana, tra borghesia estenuata e suburra, veterofascismo e rivolta, proletariato immaginario e sottoproletariato delinquenziale, cinema e italianistica. Ne troviamo traccia in Campo de' Fiori, di Enzo Siciliano, di cui Caterini cura l'affettuosa postfazione.

Campo de' Fiori è, si parva licet componere magnis, la Festa mobile di quel mondo pieno di Pier Paoli, di Alberti, di Laure, di Else, avarissimo di cognomi, come a custodia di un potere elettivo da non dividere con altri. Come dire: la Cultura italiana, non provinciale, si fece qui, e qui soltanto. Lo stile reca il marchio del Pci di allora: aristocratico ed esigentissimo, ma con qualche svista di pura benevolenza verso i figli meritevoli.

Vien da ridere (ma non tanto), oggi, al pensiero che un personaggio negato per la letteratura in tutti i suoi aspetti, come Enzo Siciliano, abbia potuto scrivere saggi, presiedere enti pubblici, pubblicare romanzi e firmare film. Lo dico con affetto, Enzo era una brava persona. Ma l'Italia si è fatta pigra e di quell'epoca soffre ancora i postumi, come ben mostra una gran parte del suo cinema, ancora pieno di nostalgia per Totò e Fabrizi.

Intanto, altrove, dentro i buchi prodotti dalle granate di una storia bieca e spietata, crescevano altre letterature. Di qui le difficoltà, diciamo viarie, dei profili storici.

Il secondo libro di Theoria, curato dallo stesso Caterini, Chi sta parlando nella mia testa?, è un piccolo capolavoro, divertentissimo e crudele e tenero come il suo magnifico autore, Francesco Permunian, polesano d'origine, veneziano di cultura e gardesano per sorte maligna.

Qui corrono due righe di biografia. Permunian e io non siamo stati mai amici nel senso più vero del termine. Però vivevamo nella stessa viuzza di Desenzano del Garda, dove abita ancora mia madre. Abbiamo coltivato le nostre passioni letterarie in modo totalmente indipendente: il nostro dibattito si è limitato, negli anni del Bildungsroman, a qualche comune apprezzamento (Trakl, per esempio), e a qualche occasionale sfottò. Tutti e due abbiamo imparato - lui più rapidamente di me - a ignorare un mondo letterario che alimentava, per sopravvivere, personaggi sempre più piccoli, riempiendoli di premi, di onori, di presidenze e di primi posti nelle sinagoghe.

Tutto ciò che Permunian, io e (pochi) altri possiamo dire di quel potere culturale, pieno di progetti sul futuro dell'Italia e prodigo soprattutto di paccottiglia, è che non ci ha impedito di crescere, di dire quello che ci stava a cuore. E direi che, alla fine, il libro di Permunian ci racconta l'Italia, il suo cuore ramingo, assai meglio del centralismo democratico di Siciliano.

Oggi tante cose sono cambiate, i lettori si raggruppano, si stringono intorno a guru che parlano dal fondo dei loro blog, oppure si sparpagliano in comunità isteriche, costruiscono leggende intorno a fantasmi: e gli editori li rincorrono, affannati. Ma la letteratura, lei, continua il suo ostinato cammino, che è quello di sempre: silenzioso, solitario. Avvezza più agli scherni che agli onori. Tanto da poterla riconoscere soprattutto quando non si prende troppo sul serio.

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