Permunian da solo Con Beckett e Ionesco...

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6 Gennaio Gen 2019 16 giorni fa

«Chi sta parlando nella mia testa?» è l'invettiva di un autore contro il conformismo imperante

Anch'io, devo dire, provo sempre un gran sconcerto davanti a simili individui che si proclamano autori impegnati. I quali, a loro insaputa, precipitano nell'idiozia più completa con assoluta e mortale serietà.

Ma ancor più sconcerto e perplessità mi assalgono quando vedo che proprio a costoro, a tali idioti assoluti e mortali, di solito conferiscono ogni sorta di premi e di riconoscimenti alla carriera. E tutto ciò, immagino, al solo scopo di deriderli. A cos'altro servono infatti i premi?

Non ho mai dimenticato ciò che mi disse l'attore Giorgio Gusso a proposito di Baseggio: «Nol ghe credeva ai premi, li detestava. Na volta ghe ze sta dà el premio Saint Vincent, credo, e lu lo ga messo in cesso!»

Un elegantissimo (e vistosissimo) dandy di provincia che ostentava, e praticava, la sua omosessualità senza alcun problema. E senza alcun ritegno, ecco chi era lo scrittore veneziano Ottone Malvarosa. Che se ne strafregava alla grande di Sartre e dei cosiddetti scrittori impegnati, io lo posso ben dire con cognizione di causa.

La prima cosa che fece quando lo conobbi, in occasione di un convegno alla Querini Stampalia, fu di toccarmi il culo.

Allungò la mano davanti a tutti, come gli spettasse di diritto. E poi, con quell'enfasi teatrale che è tipica di certe checche d'antan, commentò meravigliato: «Oh, santo cielo, quanto è duro il tuo culetto! Si sente, sai, che non sei dei nostri... Ma da che buco esci, bel colombino?»

Venuto a sapere da dove provenivo, mi chiese notizie sui marinai di Chioggia. Voleva accertarsi se esistevano ancora baldi ragazzuoli che, di primo mattino, uscivano in mare remando virilmente. Come facevano ai tempi della sua giovinezza.

«Impossibile, signore, oggi tutte le barche sono a motore» gli risposi, al che lui storse la bocca e maledì il progresso. Quindi si mise a discorrere delle sue avventure chioggiotte di tanti anni fa, sospirando amaramente: «Se tu sapessi, caro mio, a quanti ho spaccato il culo... Ah, non puoi neppure immaginarlo!»

Sarà anche per simili incontri, ma resta il fatto che a me l'arte, e tutte le discussioni sull'arte, in fondo non mi sono mai interessate un fico secco.

L'espressione La letteratura mi ha salvato la vita, che ricorre così di frequente sulla bocca degli scrittori meno dotati, mi è sempre sembrata una boutade d'imperdonabile volgarità.

Che immenso e immondo pettegolio è la provincia! Eppure non esiste letame migliore per la penna di uno scrittore, agli occhi del quale il mondo intero dovrebbe apparire poco più di una provincia.

Non è male perciò abitare in provincia, guai però a restarne prigionieri. È peggio di un carcere, da cui poi è impossibile scappare se non a mano armata, con la pistola in pugno. Oppure rifugiandosi nella pazzia, in tante piccole e risibili follie quotidiane.

Un mio cugino di Iesolo, tanto per dirne una, l'altro dì si è comprato un loculo situato sulla parte più alta del cimitero.

«Nell'ultima fila di tombe, proprio in cima al colombaio», mi ha spiegato, «dove ci si arriva a stento con una scala».

E non l'ha fatto per avarizia, per risparmiare qualche soldo, macché! L'ha fatto invece perché teme di finire sepolto per terra in caso di morte improvvisa, il che fornirebbe alla sua amante il pretesto per correre ogni giorno al camposanto. A portargli i fiori e a creare scandalo tra i parenti.

«Il paese è piccolo e la gente mormora. Ed io, lo sai anche tu, ho una moglie così gelosa!» si è scusato quel farfallone di Otello, visibilmente terrorizzato all'idea di venire sputtanato post mortem.

Che poi, a pensarci bene, è più o meno lo stesso tarlo che angustiò spiriti ben più nobili e celebri di mio cugino, che in fondo ha solo la quinta elementare.

Mi viene ora in mente Francis Bacon che negli ultimi mesi di vita, tradito e abbandonato dal suo giovanissimo amante spagnolo, non faceva che ripetere a chiunque: «Quando sarò morto, per favore mettetemi in un sacco di plastica e gettatemi nella fogna!»

Per non parlare di Samuel Beckett che, riguardo alla gestione scenografica delle sue esequie, aveva dettato queste precise note di regia: «Per quel che concerne la disposizione dei qui allegati corpo, spirito e anima, desidero che siano bruciati, messi in un sacchetto di carta e portati all'Abbey Theatre, Abbey Street, Dublino, e di là nei gabinetti, dove hanno trascorso le loro ore più felici, a destra, scendendo alle poltrone di prima fila, e desidero che sopra di loro, preferibilmente durante lo spettacolo, sia tirata l'acqua dello scarico, da far riparare qualora sia necessario a questo scopo, il tutto da eseguire senza cerimonie, né esibizione di dolore».

***

Il grido di Ionesco agli studenti parigini, mentre sfilavano in corteo sotto le sue finestre: «D'ici à un an vous serez tous des notaires!». Mi tornano in mente, quelle parole profetiche, ogni volta che rivedo qualche maestrino del Sessantotto pontificare in televisione o su un giornale padronale.

Con la stessa protervia di allora, con lo stesso disperato narcisismo, oggi quei vecchi marpioni si affannano a spiegarci tutti i vantaggi che derivano dall'antica arte del voltagabbana.

E come si adontano, mio dio, quando gli rammenti il loro passato! Quando - e a me sembra ieri - mi scagliavano addosso l'accusa di essere un borghese in quanto colpevole di leggere, e amare, scrittori quali Kafka, Cioran, Gombrowicz, Schulz, Nabokov, Céline, Ionesco...

Quando penso a quei tempi, a quei compagni di astratti furori giovanili, mi vengono i brividi nel constatare come quei giovani siano poi diventati, una volta adulti, dei piccoli borghesi mediamente istruiti, soddisfatti e conformisti; a come si siano trasformati in quel cosiddetto ceto medio colto che ti fa sempre rabbrividire d'orrore, per dirla con Thomas Bernhard.

Eppure sarebbe bastato che allora, a vent'anni, io li avessi fissati negli occhi con la stessa spietata intransigenza di cui sono capace, ahimè, soltanto adesso!

Se ripenso dunque a quei tempi, e ci penso spesso, ricordo di aver pianto la morte di uomini come Guido Rossa e Walter Tobagi. Ma non ho mai sopportato le chiacchiere al vento dei tanti sedicenti extraparlamentari o antagonisti, ben consapevole che prima o poi me li sarei ritrovati davanti sotto le spoglie notarili dei nuovi padroni. O, peggio ancora, sotto l'elegante divisa da servi e pagliacci dei tradizionali padroni del vapore.

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