Il compositore milanese che sfidò le avanguardie

Il compositore milanese che sfidò le avanguardie
7 Gennaio Gen 2019 07 gennaio 2019

Niccolò Castiglioni dopo una sbandata giovanile mollò Boulez & C. Nuove iniziative per riscoprire la sua opera

Sarà stato perché scriveva pagine musicali in maniera libera e/o troppo indipendente - e magari per organici strumentali a volte inusuali e meno comodi da formare -; oppure perché l'Italia è l'eterno Paese delle Prime esecuzioni assolute poi quel «basta» che diventa oblio; o per quella «sbandatina comunista», come raccontava lui agli amici, che aveva avuto in età giovanile in seguito rientrata e magari chissà, con qualche fio da affrontare; fatto sta che il compositore milanese Niccolò Castiglioni (1932-1996), uno dei più raffinati e colti del Novecento italiano, non ha mai visto davanti a sé srotolare tappeti rossi, neppure semplici tappetti da calcare. Anzi, dopo la sua scomparsa il suo nome ha finito per sbiadirsi un poco, anche se qualche festival e rassegna qua e là lo rimettono in circolo (vedi la meneghina «Milano Musica»). Un destino strano, come forse quello di altri colleghi «non sempre allineati» al sentire del periodo e non vicinissimi al rigoroso dettato della scuola di Darmastadt, per intendersi, quella presa alla fine degli anni Quaranta dal compositore seriale post-weberniano Pierre Boulez & Co. Ma, come dice il vecchio adagio, «il tempo è gentiluomo» e l'opera del maestro descritto dai suoi ex allievi come «persona intelligente, preparata e umile», ultimamente viene riproposta un po' di più, valorizzata. Un esempio è la nuova pubblicazione discografica «Quodlibet-complete works for piano and orchestra» (cd edizioni Stradivarius, che fa parte del progetto Siae-classici di oggi). Un lavoro che comprende l'esecuzione di quattro partiture («Fantasia concertata», «Gorgheggio», «Fiori di Ghiaccio», «Movimento continuato» e «Quodlibet»), portato avanti dal direttore d'orchestra Marco Angius alla testa dell'Orchestra di Padova e del Veneto, e dal pianista Aldo Orvieto. E ancora. L'interesse intorno al compositore lombardo si è anche riacceso dopo la recentissima acquisizione del suo fondo - un corpus di manoscritti di circa 2.500 carte di schizzi, abbozzi e stesure - da parte della Serenissima Fondazione Cini. Che ora, attraverso i suoi esperti, si è messa al lavoro per riordinare e analizzare questo «tesoro». Note e testimonianze.

«La sua musica? Appariva come stravagante per l'epoca - ha spiegato a un incontro a Venezia Ivan Fedele, compositore e direttore della Biennale Musica -. Un'epoca molto rigorosa che faceva fatica ad accettare una libertà inventiva, la sua libertà». Per tre mesi ogni giovedì si sono incontrati, lo studente a casa dal professore, «andavo verso l'ora del tè - ripesca nei ricordi e racconta ancora - gli facevo vedere le mie composizioni e lui si mostrava sempre sorpreso». Come spesso stupito resta chi ascolta i suoi brani, che «sembrano cristallo liquido - continua - come del resto diceva anche il musicologo Mario Bortolotto». Percezioni uditive e opinioni a parte, di questi tempi è importante - secondo una frangia di studiosi - riconsiderare, recuperare quel passato che certi esponenti degli anni Sessanta/Settanta avevano cercato di abolire nel nome del cambiamento, per poter scrivere un'altra storia. Uno degli speleologi-pionieri del recupero, che per sua stessa ammissione si occupa di «archeologia musicale», è proprio Angius, una delle migliori bacchette in circolazione dedite alla contemporanea e dintorni: «L'opera il Prometeo - spiega - ha rappresentato la tragedia dell'ascolto; essere fedeli all'idea di composizione con la mancanza di un ascoltatore». Castiglioni non era così, neppure le nuove generazioni. «Nelle sue pagine - considera il direttore - c'è un mondo fanciullesco, modelli personali che si rifanno pure al passato». Una semplicità-complessa, anche alla clessidra.

Già, il suo tempo: non scorre in maniera normale, è quello di un carillon, un flusso continuo che accompagna pagine simili ad acquarelli dell'infanzia. Mai l'affiorare della banalità però. Lo conferma anche il pianista Orvieto che si è cimentato con i suoi pezzi per l'incisione. Parla di una scrittura sapiente; «del resto l'autore era anche un ottimo strumentista e questo si rifletteva nel suo modo di lavorare». Un sistema che via via è cambiato.

Ecco il Castiglioni che a solo 8 anni di età inizia a cimentarsi con la composizione, gli studi al Conservatorio «Giuseppe Verdi» di Milano con professori come Giorgio Federico Ghedini, un periodo come concertista e la scrittura con influenze stravinskiane e dodecafoniche; e ancora la breve frequentazione di Darmstadt e dei suoi rivoluzionari, il periodo americano e il rientro in Italia nel '70 con il ritorno al sistema tonale. Sebbene a quel punto si fosse allontanato dal «giro di sinistra», teneva rapporti di amicizia e colleganza. Nel suo archivio personale si sono trovate, tra lettere e scritti, «molte prove di contatti coi compositori Boulez, Nono, Kagel e Bussotti - spiega Francisco Rocca, responsabile dei Fondi musicali della Fondazione Cini - Scriveva molto, nell'archivio ci sono pagine e pagine da lui vergate, diari personali». Un carattere particolare, per certi versi appartato. «Non amava il caos di Milano - racconta il suo ex allievo Luigi Mandelli - La politica non è mai interessata tanto». Con tutto se stesso si dedicava alla musica, gli piaceva stare a Bressanone, in Alto Adige, un posto che considerava a misura d'uomo. «A un certo punto si è riavvicinato alla fede cattolica e negli ultimi anni ha scritto soprattutto brani sacri - conclude - Insomma, probabilmente è tornato nel suo ambiente».

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