Il fronte delle colombe si rafforza alla Fed: pronti a fermare i tassi

Il fronte delle colombe si rafforza alla Fed: pronti a fermare i tassi
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10 Gennaio Gen 2019 10 gennaio 2019

Bullard (St. Louis): «Si rischia la recessione se si continua con le strette». Oggi parla Powell

Recessione. La parola, finora tabù alla Federal Reserve, la pronuncia per primo James Bullard: «Se si alzano ancora i tassi rischiamo di far cadere l'economia in recessione». Bullard è a capo della Fed di St. Louis, e da quest'anno è entrato nella stanza dei bottoni del Fomc, lì dove si decide la politica monetaria. Insomma: potrà votare, e la sua mano alzata avrà lo stesso peso di quella del presidente Jerome Powell e di tutti gli altri governatori. Ma, soprattutto, la sua presenza andrà a rimpinguare il partito delle colombe. Per la gioia di Donald Trump, forse non ancora del tutto rassicurato dalla svolta dell'ex amico Jay, ora pronto a «tenere conto» dell'andamento dei mercati finanziari e quindi ad ammorbidire le linee-guida dell'istituto centrale Usa. Quando, e di quanto, però ancora non si sa. Powell parlerà oggi, con ancora nelle orecchie la frase di Bullard, gli inviti a essere «pazienti» sui tassi arrivati di rinforzo da Raphael W. Bostic (Fed di Atlanta) e da Charles Evans (Fed di Chicago, un falco) e il suggerimento di Eric Rosengren (Fed di Boston, un altro falco) ad «aspettare un quadro più chiaro prima di adeguare la politica». A tirare per la giacchetta il successore di Janet Yellen è quindi anche l'ala hawkish, segno di un clima cambiato. Come peraltro risulta evidente anche dalle minute della riunione dello scorso dicembre in cui si fa proprio cenno all'esigenza di essere «pazienti» sui tassi, anche in ragione degli aumentati rischi al ribasso. Inoltre, dai verbali risulta che alcuni governatori erano contrari alla stretta del mese scorso.

I mercati si aspettano ben altro, ovvero che il livello del costo del denaro non subisca aumenti per l'intero 2019, mentre restano fiduciosi su un accordo Usa-Cina sul commercio dopo che ieri sono terminati i tre giorni di negoziati. Alcune fonti hanno riferito che restano distanze su alcuni punti cruciali, come il furto delle tecnologie Usa, mentre passi in avanti sono stati fatti sull'apertura del mercato cinese e sugli acquisti da parte di Pechino di prodotti statunitensi. Un comunicato da entrambe le parti è atteso per oggi.

Guerra dei dazi a parte, c'è chi non esclude una vera e propria inversione a U da parte dell'istituto di Washington, che potrebbe essere costretto a tagliare i tassi in caso di dati macro-economici particolarmente deludenti. A dar per buoni i 312mila nuovi impieghi creati in dicembre secondo il dipartimento al Lavoro, sembra però che l'America scoppi di salute. Ma se così fosse, non si spiegherebbe tutta questa urgenza a cambiare la rotta della politica monetaria. E non solo quella. Il pressing su Eccles Building riguarda anche il processo di riduzione di 50 miliardi di dollari al mese dei titoli in portafoglio. Sforbiciata che, dicono alcuni, ha provocato un irrigidimento delle condizioni finanziarie. Da qui la richiesta di bloccare anche il taglio degli asset.

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