Quelle donne "Esche" che fanno da áncora agli uomini sconsolati

Quelle donne Esche che fanno da áncora agli uomini sconsolati
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11 Gennaio Gen 2019 11 gennaio 2019

Andrea Fiorito ritrae, con precisione e ferocia, i maschi del Nord Italia che vanno a prostitute

«Cosa potrà mai succedere tra un essere umano che paga un altro essere umano per scopare? Niente di sorprendente. Col sesso la fine è chiara». Se nel sesso la fine è scontata come il colpevole del Tenente Colombo, le sue premesse non lo sono per niente. Piene di ansie, bisogni, aspettative, incertezze. Così come le conseguenze, quasi sempre impercettibili, ma non meno fatali. I protagonisti di questi brevi racconti, animati da intenti chirurgici e minimalisti, hanno tutti una cosa in comune: vanno a puttane. Che non vengono chiamate eufemisticamente «belle di notte», «libere professioniste», «lucciole», eccetera, eccetera. Ma troie. Perché a chiamarle, a pagarle e frequentarle, occasionalmente o con assiduità, sono uomini semplici, quasi bestiali, operai, carcerati, disoccupati, uomini che usano parole come «mongolo» per insultarsi a vicenda e frasi come «mi fai sesso» per rimorchiare, diseredati prigionieri di paesi nebbiosi e «città del nord Italia che non sono la nostra» (ma che potrebbero esserlo). Lo sfondo di tutti i racconti è un Nord Italia molto meno metafisico di quanto la mancanza di riferimenti e indicazioni geografiche precise lascerebbe intendere a chi non vi sia avvezzo. Un middle of nowhere incastonato nel triangolo industriale. Ogni puttaniere è una lettera puntata, iniziale maiuscola spersonalizzata di un'esistenza minuscola, ognuno col suo breve momento di gloria letteraria, la sua storia monca in cui da dove viene e dove andrà in fondo conta poco.

Gli uomini ritratti in Esche di Andrea Fiorito (Corrimano Edizioni) sono uomini che ascoltano il liscio, fidanzati con donne che chiunque le conosca trova concentrati di orrore per quanto sono brutte e antipatiche, uomini che vanno in discoteca, che portano stivaletti lucidi, indossano piumini d'oca, e più di ogni altra cosa sanno (o credono di sapere) come funziona: «offri, paghi, parli e intanto studi e capisci». Con uno stile crudo al riparo dalla volgarità ma non da una sottesa ferocia, infarcito di note surreali e precisazioni stranianti, Fiorito ci trascina nel suo vortice di dialoghi cinematografici pieni di silenzi e esitazioni, restituendoci tutto l'alienante sconforto di questa ricerca di un po' di calore in mezzo a quegli inverni, autunni e primavere glaciali e quelle estati roventi, in un panorama che mescola «il rurale all'industriale, l'ossigeno della vegetazione al tanfo di minuscole fabbriche, i sentieri sterrati alle strade provinciali, le parlate dialettali alle insegne luminose degli ipermercati, le trattorie ai fast-food, i filari dei vigneti alla moderna tecnologia, antichi paesini di pietra sfigurati da villette monofamiliari e antenne paraboliche collegati fra loro da tortuose slinguazzate d'asfalto».

C'è quello che «la masturbazione distrae dal bisogno d'affetto e per fortuna che esiste», quello che «sale le scale, il cuore gli balla in petto, si convince di non essere nervoso, il cuore gli balla in petto e basta», quello a cui «il cazzo tira più di un altoforno acceso», quello che pensa che «andare a puttane prima di sposarsi è una tradizione», quello «frocio» che però non vuole rinunciare a un'avventura con gli amici, quello etero che se anche va con un trans è uguale, quello che va solo con le cinesi nei centri massaggi perché ad andare con le prostitute ha paura di attaccare malattie alla moglie, quello che ci prova con la segretaria fin quasi a sequestrarla durante una cena di fabbrica, quello che va anche con quelle anziane per non offenderne la virtù professionale. Le donne di questi racconti sono tutte sfondo, conforto, ristoro, pretesto. Esche. Mai soggetto, sempre oggetto dei desideri. Ad affrontarle e sfidarle, blandirle e sognarle una carrellata di uomini sconsolati che si sentono meno sconsolati se una donna a pagamento gli chiede se sono sconsolati, uomini che confabulano incessantemente tra loro, o sbruffoneggiano, o spiattellano, o imprecano. Uomini che inseguono afrori di coloniali come nelle drogherie di una volta, appartati attorno a un chiodo fisso, che è il mercimonio del sesso solo apparentemente, e che loro malgrado cercano di esprimere, affermare o proteggere se stessi, inconsapevoli prigionieri di analfabetismi emotivi pronti a sbottonarsi come una patta di pantaloni, frustrati fino all'orlo pronti a svuotarsi come un bicchiere in osteria, adulti che non si raccapezzano o non sanno di non raccapezzarsi, adulti che vivono da adulti ma sono rimasti bambini. Estranei a ogni romanticismo, a ogni speranza, a ogni senso di colpa, non sono alla ricerca di una redenzione spirituale, ma di un rimedio materiale, per ammazzare il tempo prima che il tempo ammazzi loro. E siccome il tempo passa più velocemente quando ci si diverte, ricercano con ogni stratagemma tutto il piacere che possono. Tra i tanti fardelli a pesare sulle loro schiene risultano felicemente assenti gli intellettualismi ipocriti: se la ricerca del piacere sia essa stessa il piacere, non se lo chiedono mai.

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