"Una notte di 12 anni", film su come restare umani all'inferno

Una notte di 12 anni, film su come restare umani all'inferno
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12 Gennaio Gen 2019 12 gennaio 2019

Un dramma carcerario che va oltre l'impegno civile, divenendo un viaggio ai confini della crudeltà ma soprattutto un'indagine sulla resistenza dell'animo umano.

"Una notte di 12 anni", terzo lungometraggio del regista uruguaiano Álvaro Brechner, è un piccolo gioiello.
Ambientato nell'Uruguay del 1973, all'indomani del colpo di stato che istituì la dittatura militare, racconta di tre ribelli Tupamaros (Antonio de la Torre, Alfonso Tort e Chino Darìn) che, pur scampati all'iniziale repressione nel sangue, finiscono prigionieri del regime. Inseriti in un progetto di detenzione sperimentale finalizzato a portarli alla pazzia, per dodici anni sopravvivranno in condizioni disumane.
Il film è basato su fatti reali e, una volta tornata la democrazia, i protagonisti diverranno figure fondamentali dell’Uruguay contemporaneo: José “Pepe” Mujica Presidente, Eleuterio Fernández Huidobro Ministro della difesa e Mauricio Rosencof uno scrittore e poeta di fama internazionale.
"Una notte di 12 anni" è un'opera che si distingue dalle analoghe di genere per l'inusitata potenza immersiva. Il regista è abile nel creare un profondo contatto empatico tra spettatore e carcerati, al punto da dare luogo a un'esperienza che potremmo definire sensoriale. Si è resi testimoni ravvicinati di una detenzione di cui non vengono risparmiati particolari angoscianti: i tre trascorrono quasi tutto il tempo incappucciati, in isolamento, in condizioni igieniche drammatiche e in totale assenza di riferimenti. Inoltre la deportazione di carcere in carcere include spesso l'incognita di nuove privazioni e umiliazioni. Eppure non si indugia sulla sofferenza in maniera retorica, l'accento resta sui bagliori in grado di squarciare quell'oscurità: può trattarsi di piccole notizie riguardanti il mondo esterno, di una partita a scacchi immaginaria, di ricordi o di sogni, in ogni caso di antidoti all'alienazione e all'abbrutimento. Nonostante gli sforzi profusi al fine di conservare la capacità di intendere e di volere, può capitare ai prigionieri di incorrere in allucinazioni e sintomi di paranoia, ma l'antidoto a tali demoni viene loro da sporadiche occasioni di sorriso e d'interazione. C'è una scena, ad esempio, che irride l'intera gerarchia militare chiamata a vedersela con un problema di defecazione, ce ne sono altre in cui si respira un po' d'umanità grazie a un soldato sentimentalmente goffo che elegge uno degli ostaggi a proprio Cyrano.
La visione di "Una notte di 12 anni", infatti, non è triste e opprimente come si potrebbe evincere dalla sinossi, perché il girato tocca diversi registri e la gravità di fondo è talvolta stemperata da autentica leggerezza. La regia è abbastanza lineare pur alternando momenti presenti e flashback, realismo e scorci onirici. I dialoghi sono ridotti al minimo e sono spesso le immagini a parlare, soprattutto quelle la cui forza espressiva è amplificata proprio dal silenzio.
"Una notte di 12 anni" ha il pregio di non limitarsi a muovere indignazione, preferendo promuovere un messaggio di speranza: non solo il ritorno a una vita degna di questo nome è sempre possibile, ma non esistono angherie e sopraffazioni in grado di mutilare talenti e vocazioni. Un film a suo modo terapeutico e che resta addosso.

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