Inchiesta su Trump dell'Fbi: "Era un agente del Cremlino"

Inchiesta su Trump dell'Fbi: Era un agente del Cremlino
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13 Gennaio Gen 2019 13 gennaio 2019

Il Bureau indaga per verificare se il tycoon in segreto lavorasse per Mosca. La replica: «Bugiardi e corrotti»

New York - Il tormentone Russiagate tira in ballo un'indagine parallela da parte dell'Fbi per valutare se Donald Trump fosse alle dirette dipendenze del Cremlino. É questa l'ultima pagina nell'ambito del più ampio filone di inchiesta sulle presunte interferenze russe nelle elezioni del 2016, proprio mentre l'attuale paralisi del governo federale entra nella storia come la più lunga del Paese. A spingere il Bureau ad aprire l'indagine - rivela il New York Times - è stato il comportamento del presidente americano immediatamente dopo il licenziamento del direttore dell'agenzia James Comey. L'Fbi voleva accertare se Trump stesse lavorando segretamente con Mosca contro gli interessi americani, ma anche capire se il tycon aveva silurato Comey per impedire o mettere fine alle indagini sulla Russia, e quindi se le azioni del Commander in Chief rappresentassero una minaccia alla sicurezza nazionale.

Inoltre l'inchiesta - che è ora parte di quella più ampia del procuratore speciale Robert Mueller sul Russiagate - aveva pure un aspetto penale, ovvero la possibilità che il siluramento del numero uno del Bureau rappresentasse un'ostruzione di giustizia. «Ho appena appreso dal fallimentare New York Times che gli ex capi corrotti dell'Fbi avevano aperto un'indagine su di me, senza motivo e senza prove. Un viscidume totale», tuona Trump su Twitter. The Donald definisce Comey «bugiardo» e «corrotto», e sostiene sia «protetto dal suo miglior amico Bob Mueller», sottolineando che tutti, democratici e repubblicani, volevano il suo licenziamento. Il presidente dice poi che lui è «stato più duro nei confronti della Russia di Obama, Bush o Clinton», anche se «allo stesso tempo, andare d'accordo Mosca è una cosa positiva».

L'idea che Trump sia una minaccia alla sicurezza nazionale così come ventilato dal Nyt è «ridicola», commenta da parte sua il segretario di Stato, Mike Pompeo, precisando che l'affermazione non merita risposta. Mentre il legale del presidente, Rudy Giuliani, dice: «L'indagine è datata un anno e mezzo fa e nulla è emerso, vuol dire che non è stato rinvenuto nulla». Intanto lo shutdown arriva al 22esimo giorno e diventa il più lungo della storia Usa, superando i 21 giorni di blocco durante l'amministrazione di Bill Clinton. Trump, pur rimanendo fermo sulla necessità di reperire i 5,7 miliardi di dollari per costruire il muro al confine con il Messico, smorza i toni, dicendo che per ora non dichiarerà l'emergenza nazionale. «Sarebbe una soluzione facile, ma non lo farò così velocemente», aggiunge, dicendosi convinto che sta al Congresso approvare un provvedimento per finanziare la realizzazione della barriera e sbloccare l'impasse. A questo proposito invita i democratici «a rientrare a Washington e lavorare per mettere fine allo shutdown, e alla terribile crisi umanitaria al confine meridionale». «Sono alla Casa Bianca ad aspettarvi - twitta - I democratici potrebbero risolvere lo shutdown in 15 minuti». «Il 23% dei detenuti federali è composto da immigrati illegali. Gli arresti al confine sono in rialzo del 240%. Solo in Texas, fra il 2011 e il 2018, ci sono stati 292.000 reati commessi da illegali, 539 omicidi, 32.000 aggressioni, 3.426 aggressioni sessuali e 3.000 accuse per possesso di armi», prosegue.

I suoi avversari, invece, si stanno preparando a sfidarlo in tribunale in caso decida comunque di dichiarare l'emergenza nazionale, e sono al lavoro con i legali per valutare le strade da seguire. L'amministrazione Usa dal canto suo sembra attrezzarsi per una paralisi governativa lunga almeno altre due o tre settimane, e aumenta l'ansia e la frustrazione tra gli 800.000 dipendenti federali rimasti senza stipendio. Nonostante le rassicurazioni di Trump e del Congresso che una volta sbloccata la serrata riceveranno i salari arretrati, i sindacati dei dipendenti federali, quelli dei controllori di volo e quelli per la sicurezza degli aeroporti si sono rivolti ai tribunali, facendo causa al governo che non li paga.

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