Stefania Belmondo: "50 anni di vittorie e fatica. La mia vita anti doping"

Stefania Belmondo: 50 anni di vittorie e fatica. La mia vita anti doping
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13 Gennaio Gen 2019 13 gennaio 2019

La grande campionessa di fondo fa mezzo secolo: "Che gioia i successi, ora racconto lo sport pulito"

Cinquant'anni. È quell'età in cui ti accorgi che il giro di boa è dietro le spalle e da vivere ti resta meno di quello che hai giù vissuto. «Che angoscia, non voglio compierli, sono tanti, sono andati troppo veloci e io ho ancora troppe cose da fare, troppi libri da leggere!».

Stefania Belmondo oggi festeggerà?

«Compiere 50 anni è una di quelle occasioni per riunire amici e compagni del passato, ma non è nel mio stile, sono un po' chiusa».

A proposito di compagni del passato, togliamoci subito il dente. Se dico Manuela Di Centa?

«È passato, appunto. È capitato di incontrarci e di parlare dei vecchi tempi, ma ormai fra noi non c'è più competizione, quindi nessuna scintilla. Col senno di poi ho capito che quel dualismo mi faceva soffrire, ma sbagliavo io, avrei dovuto pensare solo a me stessa e andare avanti per la mia strada».

E se dico doping, la vera piaga dei suoi anni d'oro?

«È fra le cose che vorrei poter cancellare dal mondo dello sport. Oggi, oltre a lavorare nel Nucleo investigativo dei Carabinieri Forestali, vado nelle scuole a parlare dei valori dello sport. Il progetto nato in occasione dei Giochi di Torino 2006 prosegue, solo nel 2018 ho parlato a 1000 ragazzi che molto spesso mi chiedono delle medaglie vinte. E sapete una cosa? Dimentico sempre di nominare il bronzo ricevuto per posta dopo la squalifica delle russe all'Olimpiade di Salt Lake City 2002. È perché non lo sento mio, la medaglia si vince sul campo, te la godi al traguardo, non mesi dopo perché te l'hanno assegnata a tavolino eliminando le atlete dopate che ti avevano battuto rubando. Per fortuna il mio oro della 15 km (sempre a Salt Lake City, sulla russa Lazutina poi squalificata, ndr) lo vinsi in volata, sarebbe stato terribile prenderlo a posteriori».

I suoi figli fanno sci di fondo?

«Nemmeno a morire, le poche volte che li ho portati hanno solo brontolato, appena vedevano una discesa si buttavano a capofitto, a loro piace andare veloci».

Quindi preferiscono lo sci alpino!

«Esatto. Lorenzo, 14 anni, fa gare con lo sci club Val Chisone, mentre Mathias, 15, ha smesso perché iniziando le scuole superiori faticava ad impegnarsi su due fronti. Ormai c'è troppa esasperazione fra i ragazzini, ce ne sono che sciano 50 giorni in estate, più degli atleti di Coppa del Mondo. Io ai miei figli dico sempre di andare con calma, per crescere serve fare diverse esperienze, tranne rare eccezioni non si diventa campioni a 12 anni».

Tornasse indietro, cosa rifarebbe e cosa no?

«È una contraddizione, lo so, ma rifarei i miei figli e non vorrei aver conosciuto il loro padre, un uomo pessimo che mi ha tradita nel più profondo del cuore. Investire tanto, anzi tutto su di lui è stato il mio grande fallimento, ormai sono divorziata, ma soffro ancora e credo che questo dolore non mi passerà mai, anche se so che bisogna guardare avanti con fiducia».

E della carriera da atleta?

«Doping a parte ho solo bei ricordi, rifarei tutto e anzi vorrei tornare indietro e fermare il tempo. Mi rendo conto di quanto sono stata fortunata, fare l'atleta e raggiungere certi risultati è un privilegio, quanti ci provano e quanti pochi ci riescono? Lo sport agonistico insegna a vivere, aiuta a essere migliori nel lavoro e nel rapporto con gli altri, senza dimenticare il fatto che permette di girare il mondo e vedere tante cose belle».

Ma fare fondo è faticosissimo, quanti sacrifici ha fatto per arrivare lassù?

«Ne ho fatti, ma sempre con piacere. Ancora oggi appena posso faccio sci di fondo, scialpinismo, arrampico, vado in bici o in moto, lo sport mi fa bene, mi rilassa, mi aiuta a vivere meglio. Certo, se uno lo fa senza passione diventa un incubo, ma vale per ogni attività: se fai le cose con gioia, se lavori col sorriso, rendi di più e stai anche meglio. Io sono un'entusiasta, non smetterei mai di imparare cose nuove, metto il massimo impegno in tutto, anche nello stirare una maglia o nel fare una torta. E quando qualcuno mi chiede come va rispondo benissimo anche se non è vero: dirlo mi fa stare meglio!».

Come vede lo sci di fondo oggi?

«Molto rispetto ai miei tempi, le gare sprint hanno preso il sopravvento, sono felice che Federico Pellegrino sia un campione di questa specialità, ma a me personalmente le sprint non esaltano e di sicuro nel fondo di oggi io non avrei fatto gli stessi risultati».

Ha ancora sogni per il futuro?

«Mi piacerebbe che i miei figli diventassero veri uomini, con obiettivi e pensieri non manipolati dalla società. Vorrei meno egoismo, più rispetto fra le persone e più umanità, dovremmo tutti rallentare i ritmi, guardarci di più attorno e parlare di più. La tecnologia aiuta, ma affidarsi troppo ad essa rischia di farci perdere molte delle nostre incredibili capacità umane».

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