«Decido io quando smettere, non l'infortunio...»

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14 Gennaio Gen 2019 14 gennaio 2019

«Ecco perché ho deciso di tornare». Fermo da aprile, il ceco rientra a Melbourne a 33 anni suonati

Vincenzo Martucci

Perché tornare? Dopo aver guadagnato 29 milioni di dollari di soli premi ufficiali, raggiunto il numero 4 del mondo nel maggio 2015, aver vinto 13 tornei, aver raggiunto una finale di Wimbledon e le semifinali in tutti gli altri Slam, a 33 anni suonati, Tomas Berdych invece di metter su famiglia con la bella mogliettina (l'ex modella Ester Satorova), si rituffa nel circuito ripartendo dagli over 50 della classifica? L'avevamo soprannominato «bello e impossibile» per il netto contrasto fra fisico e tecnica con l'inadeguata cattiveria agonistica. Invece rieccolo più motivato che mai alla presentazione di Milano del nuovo sponsor-portafortuna, Hydrogen. E poi subito in finale a Doha, dopo oltre tre anni di assenza, da Shenzhen 2016. «Voglio essere io a decidere il mio destino, non voglio che decida un infortunio come quello alla schiena che mi ha fermato nel 2018».

Quand'era Top Ten non sembrava così attaccato al tennis.

«So di aver dato quest'impressione, ma dentro di me, ho sempre lottato e sofferto. E ancor di più quando sono stato costretto a guardare il tennis alla tv».

Che chiede ora al tennis?

«La sfida è vedere, ora che sto bene, se posso essere competitivo ad alto livello come prima».

Un'altra cosa che ha stupito è il bel rapporto coi suoi tifosi.

«Molti di loro hanno captato l'altro Tomas, quello che non si vede in campo, quello col senso dell'umorismo e con tanta voglia di vivere. Mi seccava lasciarli con quel twit dell'anno scorso in cui annunciavo che dovevo saltare Wimbledon».

Ha pensato anche al ritiro?

«Sì, lo confesso, ma volevo misurarmi ancora con l'avversario e non con i problemi fisici. E riprendere la racchetta in mano, dopo tanti pensieri e cose diverse, è stato straordinariamente piacevole».

Qual è il primo obiettivo che aveva in mente?

«Pensare solo a me stesso. E ritrovare la sensazione unica della vittoria: chi non l'ha mai provato non può capire».

Il miglior Berdych?

«Nel 2010 a Wimbledon, quand'ho battuto Federer e Djokovic, anche se poi ho perso netto in finale contro Rafa».

Qual è stato il segreto per restare tanti anni al vertice?

«La scuola dell'ex Cecoslovacchia: abbiamo tutti imparato a giocare molto bene a tennis, partendo da una mentalità e da un'etica del lavoro giuste per lo sport. Purtroppo, ora si è persa un po'».

Chi sceglierebbe per parlare a cena dei vecchi tempi?

«Federer: lo frequento da quando avevo 14 anni, abbiamo tanto in comune, lo rispetto molto».

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