L'accordo in Macedonia manda in crisi il governo greco

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14 Gennaio Gen 2019 3 giorni fa

Si dimette il ministro della Difesa. Finisce l'alleanza «fasciocomunista». E Tsipras chiede nuove elezioni

Atene Non c'è solo il caso Macedonia dietro la crisi di governo in Grecia, con il voto di Skopje per il nuovo nome che ha provocato le dimissioni del ministro della difesa, Panos Kammenos, leader del partito di destra Anel alleato di Tsipras (nella foto) al governo.

In ballo c'è anche la sopravvivenza del sistema bancario ellenico, i nuovi bonus che il governo sta distribuendo in vista delle urne, la geopolitica dei gasdotti e il futuro ruolo dello stesso premier, che pare sia molto vicino ad ottenere un incarico internazionale se perdesse le elezioni.

Dopo quattro anni termina così l'alleanza «fasciocomunista» che ha guidato la Grecia fuori dal memorandum, ma non fuori dalla crisi. Le elezioni anticipate sono scontate, probabilmente in maggio con le europee. Ma prima ci sarà il voto di fiducia chiesto da Tsipras per giovedì prossimo, che potrebbe sì sancire la fine ufficiale della legislatura ma anche fruttare una incredibile marcia indietro di entrambi gli alleati protagonisti, di una trovata pubblicitaria per tentare di recuperare di fronte ad un elettorato sempre più deluso.

Il programma di prestiti internazionali è terminato da agosto, ma l'ombra di un quarto memorandum è dietro l'angolo viste le intenzioni di Syriza di distribuire bonus senza riforme condotte con un piglio professionale bensì aumentando solo la pressione fiscale. Le banche continuano a licenziare, mentre le manifestazioni non cessano, come gli insegnanti precari, scesi in piazza nel giorno della visita ad Atene della cancelliera Merkel.

Per cui se da un lato Kammenos ha confermato «le differenze inconciliabili» con il premier che ha accettato le dimissioni, dall'altro ci sono i sondaggi ad inchiodare entrambi i partiti al governo: per Anel è debacle sotto il 3%, quindi nessun rieletto, per Syriza un calo di almeno dieci punti. Tutto a vantaggio del candidato liberal-conservatore-popolare di Nea Dimokratia Kyriakos Mytsotakis, affiliato al Ppe. Il suo programma: zone tax free in Grecia per attrarre nuovi investimenti, smart city, riforma del sistema bancario, privatizzazioni che portino un plus ai conti del paese e non siano svendite.

Ma il caso macedone è solo la punta di un iceberg ben più grande: il Parlamento di Skopje ha approvato definitivamente la modifica costituzionale per il nuovo nome «Repubblica della Macedonia settentrionale», chiudendo la disputa con Atene, ma aprendo un fronte interno che si affianca alla geopolitica. La Grecia sta diventando un hub gas significativo per il Mediterraneo, grazie al gasdotto Tap e all'Eastmed che sarà il più lungo del mondo, da Israele all'Italia: i maggiori players energetici che vi operano stanno determinando le future policies dell'Ue quanto ad approvvigionamento energetico e nuove partnership. E sono in molti ormai a pensare che l'approssimazione di Syriza, un partito che non c'era fino al 2013, mal si sposi con l'ordinaria (e la straordinaria) amministrazione di uno Stato.

twitter@FDepalo

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