Match a porte chiuse nel Meazza spettrale dopo la squalifica

Match a porte chiuse nel Meazza spettrale dopo la squalifica
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14 Gennaio Gen 2019 14 gennaio 2019

Senza tifosi sugli spalti, si sentono le urla dei giocatori. E l'inno rimbomba nel vuoto

Deserto viale Caprilli, deserti i piazzali, deserti gli spalti. Il Meazza di Inter-Benevento è uno stadio vagamente inquietante, uno scenario un po' da dopo-bomba dove più che una partita di calcio si celebra il trionfo della protervia travestita da tifo. Gli ultrà hanno avuto quello che volevano, hanno raggiunto il risultato che - per dimostrare il loro potere - si erano prefissati. Si gioca a porte chiuse, dopo i cori razzisti di Inter-Napoli. Obiettivo raggiunto. La coreografia più riuscita della Curva Nord di San Siro è questa, la spianata di sedie vuote del secondo anello. Là dove stanno di solito i Viking, i Boys e le altre bande del tifo interista, ieri sera c'è il vuoto.

Venti metri più in basso, sul prato, si celebra il rito surreale della partita di calcio. Come nei film sul dopo-bomba, le macchine continuano a funzionare come se niente fosse. Parte l'inno all'ingresso in campo, scorrono gli spot, parte persino la lunga predica che citando articoli e commi ammonisce ad astenersi da slogan offensivi di nazioni e religioni: come se un pubblico ci fosse, come se i cori non ci fossero già stati, nella serataccia del 26 dicembre.

Se si riesce a non pensare alle brutte storie che stanno dietro la squalifica di San Siro, lo spettacolo che va in scena ieri sera, ottavo d'andata di Coppa Italia, sarebbe anche divertente. Perché una partita in uno stadio vuoto è - per i pochi fortunati che vi possono assistere - un film assai diverso dall'ordinario. Si scopre, per esempio, che in campo i calciatori fanno, con licenza parlando, un bel casino: chiamano la palla, si avvisano, chiamano gli schemi, urlano dal dolore. E si scopre che il mestiere dei portieri non è solo non prendere gol: gridano, si sgolano, fanno i registi arretrati. In porta per l'Inter c'è Daniele Padelli, il vice di Handanovic, un vocione da baritono che a stadio pieno si perderebbe nel frastuono, e che ieri sera invece echeggia come acuti in un teatro. Ancora più degli interisti urlano i beneventani. E più ancora urla il loro allenatore, Cristian Bucchi cui nessuno ha detto che in uno stadio vuoto le parolacce si sentono benone.

L'appello del sindaco Sala a fare entrare a San Siro almeno i ragazzi delle scuole di calcio verrà raccolto sabato prossimo, per Inter-Sassuolo. Ieri perché il silenzio non fosse totale, sono stati ammessi duecento tifosi per parte, scelti ad nutum dalle dirigenze: provano a farsi sentire, ma è impresa vana. Nell'anfiteatro di cemento armato gli unici suoni sono le voci dei giocatori, il fischietto, l'impatto del pallone sui piedi e sulle teste, i «Gaglia torna!» di Padelli.

Non è la prima volta: nel 2005, dopo che i bravi ragazzi della Curva Nord avevano abbattuto con un razzo il portiere del Milan in un derby di Champions, l'Uefa aveva chiuso San Siro per quattro partite. Ma quella volta i tifosi avevano scelto comunque di vivere accanto alla squadra la partita, duemila ultras l'avevano seguita dai piazzali, e Tronchetti Provera si era presentato in tribuna vip con la maglia di Adriano. Ieri invece il popolo nerazzurro sceglie di stare lontano dal Meazza, come se la brutalità di quanto accaduto a Santo Stefano pesasse sulla coscienza di tutti. E ovviamente ci sono di mezzo non solo gli ululati a Koulibaly e i cori su Napolicolera, che sono la causa ufficiale della squalifica, ma anche quanto è accaduto fuori e prima, l'agguato ai tifosi del Napoli, la morte di Daniele Belardinelli, e quanto sta ora emergendo dalle inchieste. Ma dentro, nel silenzio surreale, è come se tutto ciò non fosse esistito. L'Inter vince 6 a 2, e nello stadio vuoto parte l'inno: «Amala, pazza Inter amala..»

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