Cgia inchioda il governo: il Pil può restare al palo

Cgia inchioda il governo: il Pil può restare al palo
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19 Gennaio Gen 2019 19 gennaio 2019

Secondo la Cgia di Mestre, rispetto all'anno pre-crisi (2007), l'Italia deve recuperare ancora 4,2 punti percentuali di Pil e ben 19,2 punti di investimenti

Ha ragione Luigi Di Maio? Siamo davvero di fronte a un nuovo boom economico? Stando alle stime di Bankitalia pare proprio di no ma, quel che è peggio, è che l'Italia non sembra ancora uscita dalla crisi. A dirlo è uno studio della Cgia di Mestre secondo il quale, rispetto all'anno pre-crisi (2007) ci sono da recuperare ancora 4,2 punti percentuali di Pil e ben 19,2 punti di investimenti.

A dieci anni dall'inizio della crisi finanziaria "più drammatica degli ultimi 70 anni", le famiglie registrano un calo del 6,8% del loro reddito disponibili e, di conseguenza, a risentirne sono anche i loro consumi (-1,9%). E se l'occupazione è aumentata dell’1,7%, la disoccupazione è cresciuta dell’84,4% mentre la percentuale di chi è in cerca di un lavoro è salita dal 6,1% al 10,5% del 2018. "Sebbene negli ultimi 5 anni il Pil sia tornato a crescere, il risultato è presto detto: rispetto l’anno pre-crisi siamo meno ricchi, sono franati gli investimenti, spendiamo meno e abbiamo più disoccupati. L’unica cosa veramente positiva è che il nostro made in Italy vola e continua a conquistare i mercati stranieri", spiega all'Agi il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo. L'export, infatti, ha registrato un +13,9 ma "stando alle previsioni di crescita - prosegue Zabeo - che nel triennio saranno ben al di sotto dell’1% annuo, molto probabilmente il nostro Paese recupererà i 4 punti di Pil persi dal 2007 non prima del 2024: praticamente 17 anni dopo". A preoccupare è soprattutto la diminuzione dei consumi delle famiglie che rappresentano il 60% dell'intera ricchezza prodotta. Secondo il segretario della Cgia, Renato Mason "è vero che gli effetti della crisi economica sono stati così pesanti e, pertanto, è molto problematico fare questa comparazione tra il 2007 e il 2018. Tuttavia, è utile dare degli elementi all’opinione pubblica affinchè apprenda, numeri alla mano, le difficoltà del momento e gli ambiti dove la nostra economia presenta ancora dei ritardi che vanno assolutamente recuperati mettendo in campo delle misure economiche adeguate". E, se nel 2018 il numero degli occupati (23,3 milioni) ha superato quel che avevamo nel 2007 (22,9 milioni), si è drasticamente ridorro il numero delle ore lavorate, scendendo a 43,2 miliardi (- 6,1% pari a -2,7 miliardi di ore in termini assoluti) nel decennio 2007-2017. Ma non solo. Sono notevolmente aumentati i precari (+22,4% rispetto al 2007).

Come se non bastasse le previsioni per il 2019 sono a dir poco nefaste."Secondo i nostri calcoli su dati Prometeia di ottobre 2018, il Pil dovrebbe crescere dello 0,8 per cento, grazie, in particolar modo, all’incremento dell’1,9% degli investimenti, del +1,1% dei consumi delle famiglie che dovrebbe far scendere la disoccupazione dello 0,2% e aumentare gli occupati dello 0,4", spiegano dalla Cgia di Mestre. Di contro l'export aumenterà del 2,9% e il reddito delle famiglie dell'1,5% ma "non è da escludere, infine, che se la crescita del Pil dovesse essere molto inferiore del +1% stimato dal Governo Conte, quest’ultimo dovrà approvare una manovra correttiva già prima dell’estate", aggiungono dalla Cgia. E, con un abbassamento del Pil, il rapporto deficit/Pil sarebbe più elevato del 2,04% concordato con Bruxelles. A peggiorare questo scenario c'è un'altra spada di Damocle: se entro la fine di quest’anno non si trovano 23 miliardi di euro, a partire dal 1 gennaio 2020 aumenterà l'Iva.

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