Il ritorno di Letta: "Il frontismo antipopulista è un favore ai populisti"

Il ritorno di Letta: Il frontismo antipopulista è un favore ai populisti
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19 Gennaio Gen 2019 19 gennaio 2019

Enrico Letta pronto a ri-discendere in campo: "Ai miei allievi dico: in politica entri e a un certo punto esci". E poi? "E poi magari torni..."

"E poi magari torni". Si conclude in modo alquanto sibillino l'intervista con cui Enrico Letta lascia preferigurare un suo rientro sulla scena politica.

Un'intervista rilasciata a La Stampa di Torino, città che"ha dato una sveglia a un’Italia prigioniera di un clima conformista, dimostrando una leadership civica". Letta, nel suo ultimo libro dal titolo inequivocabile 'Ho imparato', non sembra intenzionato a riaprie vecchie diatribe con Matteo Renzi, verso il quale anzi sembra riconoscente:"In fondo - spiega - devo ringraziarlo: grazie alla cacciata da Palazzo Chigi sto trascorrendo il periodo più bello della mia vita". E aggiunge: "La ferita della campanella è chiusa da tempo". Ma non perde l'occasione di lanciare una stoccata contro chi, come Renzi, Grillo e Salvini, sono preda della "cultura dell’eliminazione dell’avversario". Una "scorciatoia che ti fa vincere quando sei giovane, nuovo e puro. E scomparire quando uno più puro, nuovo e giovane asfalta anche te". Scorciatoia usata non solo da Matteo Renzi ma anche da Matteo Salvini e Luigi Di Maio, due politici che stanno"rifacendo il peggiore errore della seconda repubblica: credersi unti del signore e delegittimare il dissenso, considerandolo immorale". Letta chiede, inoltre, rimarca la necessità di parlare con le milioni di persone che, alle ultime Politiche, hanno scelto il M5S e che"oggi sono in silenzio e chiedono qualcos’altro". Un approccio diverso alla teoria renziana del "pop corn". "Leviamoci dalla testa - dice l'ex premier - che a un certo punto, all’ennesima “toninellata” o stufi delle divise indossate da Salvini, gli italiani diranno 'Ops, ci siamo sbagliati, richiamiamo quelli di prima' ". Ma non convince neppure "il frontismo antipopulista" teorizzato dall'ex ministro Carlo Calenda "perché - sostiene Letta - è il favore più grosso che puoi fare ai populisti: offri un nemico, l’unica cosa che li unisce". Su Matteo Salvini il giudizio è chiaro e netto: "È forte quando picchia sui migranti, ma quando chiede di fare deficit scassando le regole di bilancio resta solo, trattato dai suoi amici sovranisti come un 'terrone spendaccione'. Si vedrà che il fronte populista è tutt’altro che compatto". Ma guai a fare paragoni con gli 'anni 30. "Meglio quello con fenomeni contemporanei. L’Italia, come Usa Francia e Regno Unito, vive una crisi di nostalgia per l’età dell’oro degli Anni 50 e 60. Trump vince volendo “fare l’America di nuovo grande”. E Brexit cos’è se non il mito di un ritorno alla Compagnia delle Indie?", si chiede l'ex premier. Anche i 'gilet gialli' sono figli di questo clima storico e probabilmente non sarebbero nato senza l'esempio del M5S perché la Francia, come l'Italia, "teme il futuro nella certezza che la vita peggiorerà" ma "con un surplus di violenza". Un populismo che si scondigge solo se la politica riscopre "la professionalità, ma senza diventare professione". "La decadenza inizia quando il Parlamento s’è riempito di politici di professione. Ai miei allievi dico: in politica entri e a un certo punto esci", sottolinea Letta. E poi? "E poi magari torni..."

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