Il compositore che sa appassionare il pubblico

Inside Over
5 Febbraio Feb 2019 05 febbraio 2019

Fabio Vacchi compie 70 anni: mini-rassegna per festeggiarlo. Stasera primo concerto al Mac

Luca Pavanel

C'era una volta l'avanguardia «dura e pura» - dagli anni Sessanta in poi - coi suoi suoni, i suoi echi, figli, nipoti e nipotini sulla strada della complessità concettuale e d'ascolto; come padri nobili Pierre Boulez in primis, Luigi Nono a ruota nel Belpaese. Ma non tutti hanno aderito ai linguaggi di questi Maestri, comunque visionari e pionieristici, che nel campo della musica d'arte di provenienza classico-occidentale hanno cercato la rottura con il passato per ripartire a modo loro; personaggi però - va ricordato - non di rado tacciati da chi non si sentiva e si sente particolarmente vicino a quella «rivoluzione», di aver creato una frattura tra il pubblico e la musica stessa, in quanto a volte (spesso) assai difficile e fredda da ascoltare. Già, proprio così.

Tra quelli del «no» alla ricerca subito realizzata di una strada personale e nuova Fabio Vacchi, nome italiano tra i massimi, oggi stimato in tutto il mondo. Il compositore bolognese, da una vita nel capoluogo lombardo, il 19 febbraio compie 70 anni, e per questo laVerdi ha deciso di omaggiarlo con la mini-rassegna «Luoghi immaginari nella Milano di Fabio Vacchi», visto tra l'altro che è da cinque anni «compositore residente». Il cadeaux consiste in una serie di appuntamenti in cui verranno eseguiti suoi pezzi: al Mac di piazza Tito Lucrezio Caro il primo recital stasera, con l'Ensemble da Camera de laVerdi diretto da Carlo Boccadoro; il secondo incontro giovedì alle ore 20.30 nello stesso luogo coi Solisti de laVerdi stessa e il contralto Giovanna Lanza. E ancora, all'Auditorium un faccia a faccia con l'autore e il violinista Domenico Nordio (venerdì alle 20) e gran finale con Nordio stesso e l'Orchestra di casa, domenica pomeriggio a partire dalle ore 16. Bel calendario.

Per chi non è avvezzo a frequentare il mondo a cui Vacchi appartiene, parlando di lui, certamente «amante» delle narrazioni (non a caso ha lavorato con diversi scrittori e registi, vedi Tonino Guerra ed Ermanno Olmi), si può dire in estrema sintesi che, dopo una partenza giovanile per formazione di tipo pure serialista - ha studiato con Giacomo Manzoni ma anche altri - guardando agli esiti emozionanti, ha lavorato per staccarsi e per sanare quella frattura tra modernità e ascoltatore di cui sopra; nel rispetto di quest'ultimo, delle possibilità psico-fisiche reali davanti alla proposta sonora. Che per essere incontrata, fruita, apprezzata e metabolizzata probabilmente non può varcare certi limiti uditivi e intellettuali, come invece è successo. Di più. Raffinatissimo e dettagliato nella scrittura, l'autore in questo senso fa pensare a Mahler, Ravel e Berg per quanto riguarda l'orchestrazione. E dando un'occhiata al suo catalogo, tra i suoi pezzi più noti c'è «Dai Calanchi di Sabbiuno», eseguito oggi nella sua versione originale. Un brano da Camera scritto nel 1995, in seguito preparato in versione orchestrale su richiesta del direttore Claudio Abbado. Su commissione di Abbado stesso, compose «Briefe Büchners», ciclo di lieder eseguito per la prima volta alla Philharmonie di Berlino nel 1998.

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