Da ospedale a 'senior house': "Così Zingaretti vuole svendere il San Giacomo"

Da ospedale a 'senior house': Così Zingaretti vuole svendere il San Giacomo
Inside Over
8 Febbraio Feb 2019 08 febbraio 2019

È polemica sul destino dello storico ospedale San Giacomo, chiuso nel 2008 e mai più riaperto. La Regione vorrebbe trasformarlo in una 'senior house', ma gli eredi del cardinale che lo donò alla città accusano: "Vogliono farci un albergo di lusso"

Da residenza cardinalizia a ospedale, con un futuro da "senior house”. Questo sembra essere il destino del San Giacomo, l’immobile storico che nel 1602 il cardinale Antonio Maria Salviati, come da testamento, donò alla città di Roma a patto che fosse usato come nosocomio.

Il palazzo, situato accanto alla centralissima via del Corso e a pochi metri da piazza del Popolo, è rimasto aperto fino al 2008 quando la Regione Lazio, attuale proprietaria, ha deciso di chiuderlo nell’ambito del piano di risanamento della sanità. Ora la Regione ha sancito la vendita dell’immobile per 61 milioni di euro e, al posto dell’ospedale, dovrebbe sorgere una residenza per anziani. Almeno questo è quanto ha dichiarato l'assessore regionale al Bilancio, Alessandra Sartore, rispondendo ad un'interrogazione dei consiglieri di Fratelli d'Italia, ma sulla delibera del novembre 2018 non vi è alcuna traccia di questa specifica destinazione d’uso, che viene contestata dalle opposizioni, dai cittadini e dagli stessi eredi del cardinal Salviati.

“Innanzitutto l’immobile non è adatto ad ospitare una casa di cura per anziani, ma la cosa davvero inaccettabile è che l’ospedale sia stato letteralmente svenduto dalla Regione all’Invimit - la società di gestione del risparmio del Ministero dell’Economia e delle Finanze, ndr - per 61 milioni di euro, pari a circa 2mila euro al metro quadro”, attacca Chiara Colosimo, consigliera regionale di Fratelli d’Italia che si batte per l’immediata riapertura della struttura ospedaliera. “La Regione dice che l’ospedale non può essere riaperto perché il centro storico ha pochi residenti, ma è evidente - spiega - che qui un pronto soccorso serve soprattutto per i turisti e per chi partecipa alle numerose manifestazioni che vengono indette nelle piazze storiche della Capitale”.

Ad esprimere perplessità sull'inaugurazione di un “centro per anziani facoltosi” nell’ex ospedale pubblico è anche Mirella Belvisi, vicepresidente di Italia Nostra. “Come si possono mettere persone con mobilità ridotta o affette da demenza senile in una struttura che non ha neppure un giardino? Il nostro timore è che l’operazione serva a nascondere un altro obiettivo: quello di trasformare il San Giacomo nell’ennesimo albergo extra lusso”, dice la Belvisi, che a sostegno della sua tesi cita “un emendamento nazionale" che permetterebbe di "andare contro la destinazione d’uso definita dal piano regolatore”. E per bloccare la vendita della struttura l’associazione è pronta anche “a ricorrere al ministro della Salute, Giulia Grillo”.

Dello stesso parere è anche Olivia Salviati, discendente del cardinale, che da anni lotta affinché l’ospedale riapra e torni a disposizione dei cittadini. “Per gli anziani ci sono a disposizione gli istituti pubblici di assistenza e beneficienza, le Ipab, e i 18mila ettari di verde donati da vari benefattori alla città di Roma a fini assistenziali”, sottolinea la duchessa. “Hanno buttato all’aria un ospedale nuovo”, denuncia quindi, promettendo di opporsi in tutti i modi ad un eventuale cambio di destinazione d’uso della struttura.

Negli anni in difesa del presidio sanitario che si trova nel cuore di Roma sono sorte diverse associazioni e comitati. Lorenzo Belardelli, che gestisce la pagina Facebook ‘Roma è comunità’, denuncia come la chiusura del San Giacomo e il progressivo abbandono della struttura abbia causato negli anni “un sovraccarico di utenti negli ospedali territorialmente adiacenti, causando notevoli disagi sia agli operatori sanitari, sia ai pazienti”. “Dal 2002 al 2008 – prosegue - la Asl e la Regione Lazio hanno investito oltre 10milioni di euro per i lavori di ristrutturazione e di acquisto di strumenti radiologici e, in alcuni casi, si trattava di opere concluse soltanto 3 mesi prima della chiusura”. Ma non solo. “Attualmente l’immobile, per evitare atti vandalici o occupazioni necessita di una costante vigilanza armata, affidata ad una società terza, il cui costo grava sulla Asl e quindi sull’intera collettività”, chiosa Belardelli.

Il paradosso, quindi, è che i cittadini continuano a pagare centinaia di migliaia di euro per mantenere un ospedale chiuso, senza contare i costi sociali del suo mancato utilizzo.

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