Gotico e Rinascimento sono di casa in Basilicata

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17 Febbraio Feb 2019 17 febbraio 2019

La «Santa Eufemia» di Irsina è soltanto il caso più eclatante. Ma nella capitale della cultura...

di Vittorio Sgarbi

«Si preoccupò anche di trasportare per terra e per mare delle effigi di marmo, nobili opere che vincono l'ingegno di Fidia, e non meno l'arte del mirabile Lisippo. Traducono nel marmo volti vivi: una raffigura la Madre di Dio, l'altra l'aspetto della Vergine che io tento di esprimere col mio rude carme...». Così scrive Pasquale Verrone nella Vita vivae Euphemiae, del 1592. Il pensiero corre a una tra le scoperte più importanti nell'arte del Rinascimento degli ultimi anni: la Santa Eufemia di Irsina, in provincia di Matera, attribuita nel 1996 da Clara Gelao, studiosa originale e curiosa, ad Andrea Mantegna, ed esposta al Louvre, a Mantova, a Milano, in occasione delle celebrazioni di Mantegna (nel 2006) e all'Expo (nel 2015), con progressivi aggiustamenti critici che, pur mantenendola nell'orbita del grande maestro padovano, l'hanno indirizzata verso una esecuzione, in quello stesso clima culturale, del grande scultore Pietro Lombardo.

Il dialogo tra Pietro Lombardo e Mantegna è così stretto che la nuova scultura era stata commissionata da Roberto De Mabilia per la concattedrale di Santa Maria Assunta, a Irsina, sul modello della tela di medesimo soggetto che Mantegna aveva dipinto per lo stesso committente e per lo stesso luogo (oggi è a Capodimonte). Il comune cantiere padovano, è il luogo naturale di incontro tra un pittore/scultore come Mantegna e uno scultore/pittore come Pietro Lombardo che affrontano, con il medesimo spirito, lo stesso soggetto. Le polemiche sulla attribuzione sono quindi fuori luogo, e il riferimento a Mantegna è l'indicazione a una «ditta», a un sentire comune, che unisce le due opere. Il livello estetico resta altissimo nell'una e nell'altra, e la scoperta ha una fondamentale sostanza, di storia e di bilanciamenti culturali che non è neanche lontanamente paragonabile alle sparate estetizzanti di questi ultimi giorni, per pretendere di attribuire, come unica scultura riconosciuta, una terracotta conservata al Victoria & Albert di Londra, sempre riferita ad Antonio Rossellino, al giovane Leonardo Da Vinci.

Sono farneticazioni di personaggi come Silvano Vinceti, per cui la storia dell'arte fa riferimento non all'autorità di Vasari ma a quella di Verdini. Per non parlare della Dama con la pelliccia, comicamente attribuita a Leonardo da un altro critico calabrese, tale Francesco Caglioti. La scoperta della Gelao a Irsina meritava un ampio risalto nell'anno in cui Matera è capitale europea della cultura, ma Mantegna e Pietro Lombardo non sono «open future», come chiede l'epigrafe del cialtronismo performante, che costituisce il programma prevalente della sfortunata capitale europea della cultura. In realtà il capolavoro di Irsina, con l'epilogo di Capodimonte, sarebbe potuto essere il testo guida per una grande mostra che non si limiti come quella preannunciata in palazzo Lanfranchi, con due validi studiosi come Marta Ragozzino e Pierluigi Leone De Castris, al «Rinascimento visto da Sud», ma indaghi i nessi profondi e i collegamenti, tutti adriatici, da Venezia a Gallipoli, con i rapporti documentati tra Venezia e Matera, ovvero tra i grandi artisti veneti e le Puglie e la Basilicata.

Poco lontano da Irsina vi è Genzano di Lucania dove, in una chiesa ammodernata occhieggia un raro polittico lungamente attribuito a un pittore veneziano pur pregevole, come Lazzaro Bastiani, e recentemente restituito al grande Giovanni Bellini, cognato di Mantegna. Si tratta di un'opera assai singolare, perché arcaizzante nell'iconografia e nel fondo oro degli scomparti laterali, per evidente intenzione di risalire a modelli bizantini, interpretati in lingua moderna da Giovanni Bellini. Notevole è l'incrocio dell'Annunciazione con San Francesco adorante il Crocifisso, con i soggetti intercalati. Ma, soprattutto, la posizione ieratica della Madonna con il bambino, che mostra la derivazione diretta da Piero della Francesca. Quest'aria di puro Rinascimento si respira in Basilicata con una prevalente, ma non esclusiva, presenza veneta che da Bari si diffonde a Matera. Nella chiesa di San Francesco si vede un altro, certamente maestoso, polittico su due piani di Lazzaro Bastiani (questa volta sì), di forte impronta classicheggiante.

Ma la testimonianza più impegnativa e notevole è certamente il grandioso polittico di Cima da Conegliano, firmato e datato 1499, nella chiesa madre di Miglionico, riallestito solennemente, e con ampio rispetto del maestro quattrocentesco, nel Settecento. Qui, in linea col San Pietro martire di Giovanni Bellini, ora nella Pinacoteca provinciale di Bari, con il cielo nuvoloso, le solenni figure che stanno intorno al marmoreo trono della Vergine sono proiettate contro paesaggi collinari di memoria veneta: grandi santi negli ampi panneggi, e pensosi in «una quiete di rappresentazione che rende un effetto di solenne classicità che è quasi greca» (Luigi Menegazzi). Questa presenza veneta è tanto intensiva che non può essere considerata episodica se, soltanto nella vicina provincia di Bari, possiamo trovare i polittici francescani di Bartolomeo Vivarini per i conventi di Rutigliano e Andria (ora nella Pinacoteca provinciale di Bari) e, ancora di Bartolomeo, il trittico di Surbo, il polittico della cattedrale di Polignano, l'Annunciazione di Modugno, nella chiesa madre di Modugno, che allude a interni domestici. Di Alvise Vivarini si conserva, nella chiesa di Sant'Andrea di Barletta, una Madonna con il bambino, parte di un trittico scomposto.

La lunga consuetudine con Venezia prosegue nel Cinquecento con l'eredità di Giovanni Bellini nel polittico di Girolamo da Santa Croce, ora nella cattedrale di Castellaneta, firmato e datato 1531. Lo stesso Santacroce si ritrova nella cattedrale di Lucera con una tardiva e nostalgica Sacra conversazione, firmata e datata 1555. In Puglia il mondo di Bellini non muore, ma i tempi sono pronti per accogliere un San Felice in cattedra di Lorenzo Lotto, corpulento, pensoso e tormentato come l'attuale governatore di Puglia, Michele Emiliano, per la chiesa di San Domenico a Giovinazzo. Invece la sorprendente premonizione di Lotto è risolta nelle morbide e avvolgenti forme che celano, sotto l'apparente pompa, un uomo disarmato, nella sua psicologica fragilità, mascherata di autorevolezza. Il San Felice è quanto resta di un trittico con Sant'Antonio da Padova e San Nicola da Tolentino, sovrastati da un Cristo in pietà. Le novità moderne di quegli anni arrivano in Puglia con la stessa consuetudine del secolo precedente, come se fossero destinate a vicine pievi venete o padane: è il caso della Natività di Gerolamo Savoldo per la chiesa di santa Maria la Nova a Terlizzi, databile 1521-1530. Tra il 1523 e il 1525 arrivò, per la cattedrale di Bari, un assoluto capolavoro di Paris Bordone, la pala con la Vergine e il bambino, Sant'Enrico e Sant'Antonio. Anche più moderna e sperimentale è la tavola con Sant'Antonio da Padova per la chiesa di San Francesco d'Assisi a Gallipoli, capolavoro protomanieristico di Giovanni Antonio Pordenone, databile 1518-1520. Non manca Paolo Veronese con la Madonna in gloria con San Pietro, San Paolo e altri santi per la cattedrale di Monopoli, e con la dolente Deposizione per la chiesa dell'Annunciata di Ostuni.

Questo ricco florilegio di artisti veneti, tra Basilicata e Puglia, è la mostra possibile, e mancata, per l'occasione perduta di Matera capitale europea della cultura. Ne vediamo l'itinerario nel bel libro Tardogotico e Rinascimento in Basilicata, coordinato da Francesco Abbate e pubblicato da Giuseppe Barile. Consoliamoci.

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