L'architetto "pop" e colorato che rivoluzionò il design

L'architetto pop e colorato che rivoluzionò il design
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19 Febbraio Feb 2019 19 febbraio 2019

Morto il protagonista di una stagione che cambiò l'estetica Milanesissimo, creò oggetti icona come la poltrona "Proust"

È una data, il 1980, a segnare la svolta contemporanea dell'architettura in Italia. E non solo. Fino ad allora questa disciplina, che Leonardo considerava la più nobile e completa delle arti, non ha ancora una propria sezione indipendente alla Biennale di Venezia, istituita proprio in quell'anno in cui si capisce che (a soli 24 mesi dal caso Moro) l'Italia ha fretta di ripartire con un'inedita joie de vivre. Il 1980, dunque, è l'anno della prima Biennale di Architettura, l'anno del postmoderno introdotto da Paolo Portoghesi, galleggiante sul Canal Grande nel Teatro del Mondo, costruzione effimera di Aldo Rossi che cita i dipinti metafisici di Giorgio de Chirico, provocatoriamente esperita dalla mostra curata da Alessandro Mendini, L'oggetto banale, senza timore di usare un termine per molti riduttivo, ovvero di come il design entra nella nostra vita quotidiana con simpatia e leggerezza, definendo così uno stile tutto italiano dove l'ornamento non è più un delitto, dove si può giocare con il colore, le forme arrotondate, funzione ed estetica a braccetto senza entrare in rotta di collisione. Brusco stop all'era del minimalismo, alla sua ideologia. Rischio del kitsch? Può darsi, ma ne valeva la pena.

Alessandro Mendini è stato un rivoluzionario, un pioniere, un creativo (per una volta il termine ha solo accezione positiva) che non ha esitato a buttarsi in un'epoca nuova, forse l'ultima golden age della cultura italiana, che accanto al design e all'architettura vide l'esplosione della pittura (la Transavanguardia), della moda, il trionfo degli Azzurri ai mondiali di Spagna, il successo planetario de Il nome della rosa di Umberto Eco, la fine del monopolio televisivo e quella del duopolio Dc-Pci per una progressiva laicizzazione della società. Tocca dunque spostare il calendario dell'ingresso dell'Italia nella contemporaneità dal '68 all'inizio degli anni '80. Quel sapore di libertà, così intenso, non lo avevamo conosciuto mai.

Milano ieri ha dato addio ad Alessandro Mendini, scomparso a 87 anni, attivo fino all'ultimo. Lascia un vuoto epocale: la sua curiosità intellettuale, il savoir-faire, l'eleganza, il sorriso. Non è stato un archistar ma un architetto organico ed eclettico, un designer popolare, uno snodo decisivo per leggere i formidabili anni '80, quando proprio da Milano partì il senso di una nuova Italia, da bere sì ma anche da pensare.

Era nato a Milano nel 1931, vissuto da ragazzo in una casa borghese disegnata da Piero Portaluppi, in compagnia dei quadri moderni di Savinio, Severini, Campigli e Morandi. Laureatosi in Architettura, i suoi riferimenti più diretti sono stati Rogers, Nizzoli e Gio Ponti. Disegnava, scriveva, teorizzava, dirigeva le riviste: Casabella, Modo, Domus, così sempre presente nel dibattito del suo tempo. Con lo studio Alchimia ha radicalizzato l'idea di design, verso un approccio calligrafico, coloristico e simbolico. Non è un caso lo si ricordi per i tanti oggetti, mobili, accessori che se da un primo sguardo possono apparire ludici, a un'analisi più attenta s'intrecciano con la pittura e la scrittura. Suo capolavoro di fine anni '70 è la poltrona «Proust», una vecchia seduta ottocentesca dipinta a mano in stile pointilliste, sintesi perfetta della sua idea mediterranea di post-moderno: cos'è, arte, design, ornamento, provocazione? E poi gli Swatch, i vasi e le caffettiere per Alessi, apribottiglie e cavatappi, il ruolo da art-director per diverse aziende, dall'Italia all'Estremo oriente. Membro onorario della Bezalel Academy di Gerusalemme, Compasso d'Oro nel 1979 e 1981, Chevalier des Arts et Des Lettres, insignito dell'onorificenza dell'Architectural League di New York: alcuni tra i più importanti riconoscimenti per un intellettuale vulcanico, pensatore silenzioso eppure capace di lavorare in gruppo, a metà tra Factory e antico cantiere.

Nel 1989 apre, assieme al fratello Francesco, l'Atelier Mendini, un gruppo mobile di circa venti persone, tra cui la figlia Fulvia, valente pittrice neo-pop. Atelier come laboratorio artigianale e progettuale, finestra su un mondo aperto a continue sollecitudini esterne. Il Mendini architetto firma alcuni capisaldi degli anni '80, e tra questi il Museo di Groningen in Olanda, il Forum-Museum di Omegna, una torre a Hiroshima, stazioni della metropolitana a Napoli. Ogni tanto, forse per sentirsi più libero, si dedicava alla pittura in quelli che chiamava Dipinti progettuali, retti sul meccanismo di citazione/autocitazione. Se ne va un gigante, non è parola usata a caso.

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