Una pianta giapponese potrebbe rallentare l'invecchiamento

Una pianta giapponese potrebbe rallentare l'invecchiamento
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20 Febbraio Feb 2019 28 giorni fa

I ricercatori dell'Università di Graz hanno scoperto che un composto di una pianta giapponese, nota come Ashitaba, potrebbe rallentare il processo di invecchiamento

L'invecchiamento non è un processo accettato dalla maggior parte della popolazione: a riprova di ciò, l'uscita costante sul mercato di nuove creme, lozioni e altri prodotti anti-età che promettono di fare miracoli sulla pelle. Inoltre, continui studi vanno alla ricerca dell'elisir di lunga vita, proprio come l'ultimo in ordine di tempo, che potrebbe aver individuato la chiave della risoluzione del problema in una pianta giapponese, denominata Ashitaba. Proprio il Giappone che, notoriamente, è terra di centenari ed è sul podio nella classifica dei Paesi più longevi.

I ricercatori dell'Università di Graz, in Austria, hanno scoperto un composto della pianta, detto DMC, che potrebbe allungare la vita, rallentando l'invecchiamento. Lo studio, pubblicato su Nature Communications, è consistito nel somministrare il DMC a moscerini della frutta, vermi e topi. Dai risultati ottenuti si è visto che questo composto è riuscito a estendere la durata dell'esistenza di moscerini e vermi di circa il 20%, mentre nei topi è risultato efficace nel proteggere il cuore, anche in presenza di un flusso sanguigno ridotto. I ricercatori, guidati da Frank Madeo, hanno dichiarato: "Il presente lavoro identifica il DMC come un composto anti-invecchiamento con effetti cardioprotettivi nei topi e il potenziale per promuovere la longevità tra le specie."

Andando più nello specifico, i ricercatori affermano che il DMC agisce stimolando l'autofagia, ossia il meccanismo del corpo che elimina le cellule vecchie e le sostituisce con quelle nuove e sane. Ovviamente si tratta di uno studio scientifico che aprirà le porte ad altre prove più dirette che aiutino a comprendere se si possono raggiungere gli stessi risultati anche negli esseri umani, come hanno riferito gli stessi scienziati: "Gli studi futuri devono esplorare se DMC e/o i suoi derivati ​​chimicamente definiti possono essere utilizzati vantaggiosamente anche negli esseri umani."

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