Alessandria, la città magica dove c'è tutto tranne la felicità

Alessandria, la città magica dove c'è tutto tranne la felicità
Inside Over
21 Febbraio Feb 2019 21 febbraio 2019

Torna «Mountolive», il capitolo chiave del «Quartetto» egiziano di Lawrence Durrell: fra sesso, intrighi, sette, violenze e orrori

Il Quartetto di Alessandria di Lawrence Durrell (1912-1990), di cui Mountolive, ora riproposto (Einaudi, traduzione di Bruno Tasso, prefazione di Matteo Nucci, pagg. 381, euro 22), è il terzo «capitolo», è un catalogo di guai fisici e drammi metafisici. Il giovane e ricco Narouz, deformato dal suo labbro leporino, diventerà un estremista della fede perché rifiutato dalla vita. Semira, la donna velata e misteriosa amata da Amaril, è senza naso; la prima amante del futuro ambasciatore Mountolive, si ritroverà sfigurata dal vaiolo, la seconda sarà cieca e avrà alle spalle un rapporto incestuoso con il fratello; la pittrice Clelia finirà monca; Justine comincerà stuprata; Melissa, la tenera prostituta su cui Darley concentrerà il suo bisogno d'amore, è tubercolotica; il cinico e reazionario Pursewarden morirà sucida... Tradimenti, complotti, sette segrete, legami sentimentali plurimi, omo e etero, meditazioni sacre e considerazioni profane corrono per le mille pagine dedicate dallo scrittore alla città che lo aveva stregato. E da questo museo degli orrori viene fuori la più incredibile elegia scritta intorno a un luogo e al suo potere di attrazione: «La capitale della memoria. Ai suoi innamorati può dare tutto, esclusa la felicità».

Più che una città, Alessandria fu per Durrell, ma non solo per lui, una costruzione della mente, fascinazione che aveva già percorso tutto l'Ottocento, quando i francesi scoprirono l'Egitto e ne rimasero incantati. Lentamente Alessandria rinacque allora, dopo il sonno plurisecolare che aveva seguito la fondazione prima, l'età dei Tolomei e il dominio di Roma dopo, il corteo lussureggiante di nomi e di luoghi, Cesare e Cleopatra, Cleopatra e Antonio, Teocrito e Callimaco, Berenice e la sua chioma, Ario e Atanasio, la vergine Ipazia straziata dai gusci di ostriche usati sul suo corpo a mo' di coltelli, il Mouseion e il Serapeum, le colonne di Pompeo... Scriverà Kafavis: «Come un uomo preparato, come un uomo coraggioso/ di' addio ad Alessandria mentre si sta allontanando/ dille addio mentre la stai perdendo»...

Fascinazione che ancora non si è spenta, anche se di quella Alessandria fra le due guerre narrata da Durrell, in cui si ammucchiavano «cinque lingue, una dozzina di fedi, cinque flotte, ma più di cinque sessi e solo un greco del popolo può distinguerli», ricca e corrotta, miserabile e gioiosa, oggi resta poco o nulla, dato di fatto che appaga gli esseri privi di immaginazione e pieni di praticità. Ma a chi non si accontenta del contingente e sa che spesso è più reale il sogno della realtà, basta il nome di una via, di un'insegna, la visione di una chiesa e di un monumento, per riconsegnarti l'immagine svanita di un'epoca distante. Ciascuno, del resto, carica i luoghi delle suggestioni, delle letture, delle aspettative, dei desideri che si porta dietro. Chi dentro non ha niente è condannato all'oggettività più deludente e banale: guarda e non vede niente.

Lawrence Durell è uno scrittore che i critici letterari snobbano e i lettori amano e paradossalmente per le stesse ragioni. C'è un preziosismo o, se si vuole, una bella prosa, una qualità di scrittura che suscita il sospetto dei primi, che lo vorrebbero imbalsamato per poterlo meglio sezionare in tranquillità, e l'entusiasmo invece dei secondi, i quali capiscono perfettamente come la materia narrata sia tutt'uno con il modo di narrare, il grottesco, il macabro, il notturno che modellano uno stile e lo rendono inconfondibile e insieme incredibile.

Inglese sui generis, nato in India e vissuto per gran parte della sua vita altrove, Alessandria, appunto, ma anche Parigi, e poi Il Cairo, Atene, Corfù, Rodi, Cipro, la Provenza, Durrell era da un lato consapevole che «la vita inglese è come un'autopsia. Cupa, cupissima» e dall'altro che nei suoi connazionali all'estero rimaneva una sorta di imprinting, fatto di stranezze e di stravaganze, complessi di inferiorità uniti a un innato complesso di superiorità, tic e manie. Sotto questo aspetto, il ritratto di Mountolive, giovane addetto diplomatico sedotto dalla lussuria alessandrina e poi ambasciatore in un Egitto che lo colmerà di disgusto anche verso se stesso, è esemplare.

Si potrebbe obiettare che il catalogo di perversioni assortite di cui l'Alessandria di Durrell rigurgita, lo si sarebbe potuto trovare tranquillamente a Londra. Da Gloucester a Beckford a Caroll, passando per Byron e Wilde, la lista di bordelli, pederasti, pedofili, pazzi, santi e invasati è sterminata. Solo che qui il clima, il rigore morale e il moralismo come suo corollario, le gerarchie sociali e il conformismo che le pervade, fanno di ogni trasgressione una minaccia e un delitto, trasformano la ricerca del piacere in una colpa da espiare e rendono il clima irrespirabile. Mentre Alessandria, ovvero la parte per il tutto di un'etica e di un'estetica greco-latina, il suo «lassismo spirituale, il suo sibaritismo» rimandano per Durrell «a ogni xenofilia, nel senso greco della parola». Gli alessandrini erano «degli stranieri, degli esuli» e Alessandria era ancora «Europa, la capitale dell'Europa asiatica, ammesso che potesse esistere qualcosa del genere», una città «dove si sapeva che il piacere era l'unica ragione e scopo dell'attività umana».

Nel Quartetto, unico romanzo raccontato in quattro differenti versioni, Mountolive svela ciò che all'inizio era la memoria di una storia poi trasformatasi in illusione e da ultimo in finzione. Ritrovarsi «faccia a faccia con il significato dell'amore e del tempo» significa per il suo protagonista non riconoscere più se stesso né le donna che lo educò sessualmente e intellettualmente. Più si va avanti con l'età e più si scende a compromessi con la vita e questo dopo che già la giovinezza è stata intesa come «un'età di angosce», senza capire che lì invece era la felicità, l'idea che il tempo ti appartenesse e tu fossi l'artefice del tuo destino. Nato nel 1912, la giovinezza di Durrell era coincisa con l'età dell'ansia di Auden, con la terra desolata di Eliot, l'Europa e il mondo fra le due guerre, quando ogni lume andava spegnendosi in attesa della nuova ecatombe. Da qui la confusione e l'alienazione che popolano il Quartetto e che in Mountolive vengono raccontati da un narratore onnisciente, la consapevolezza che «si è schiavi di forze da loro stessi scatenate», azioni «che si protendono e si gonfiano verso un avvenire che i mortali non sono assolutamente in grado di determinare e di stornare». Solo l'artista, vuole dirci Durrell, «può far realmente accadere le cose», sorta di infelice demiurgo senza altro potere che quello di dare un senso al non senso della vita, estrema illusione sulla scrittura come antidoto all'unica certezza: morire, essere dimenticati, una manciata di polvere fra le rovine della storia.

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