Così vennero sterminati gli italiani di Mogadiscio

Così vennero sterminati gli italiani di Mogadiscio
Inside Over
24 Febbraio Feb 2019 24 febbraio 2019

Un saggio racconta quella terribile domenica del '48 in cui la città, ancora sotto mandato inglese, esplose

I morti non sanno di essere somali o italiani. I morti non sanno di essere (ex) colonizzatori o (ex) colonizzati. I morti sanno una cosa sola, che preferivano essere vivi. Da qua potrebbe partire la riflessione su uno dei passaggi dimenticati della storia italo-somala: l'eccidio di Mogadiscio, avvenuto domenica 11 gennaio 1948. Quel giorno, dopo una violenta caccia all'uomo, strada per strada, casa per casa, morirono 54 italiani e 14 somali e ne rimasero feriti rispettivamente 55 e 43. Mentre le forze di polizia britanniche restavano essenzialmente inattive, per insipienza o impotenza, i membri dell'associazione dei Giovani Somali, filo-britannica, infuriarono contro gli italiani e contro i somali che volevano restare sotto mandato, post coloniale, italiano.

Come racconta il saggio di Annalisa Urbano e Antonio Varsori, Mogadiscio 1948 (Il Mulino, pagg. 292, euro 27), le tensioni nella Somalia italiana, occupata dalle forze britanniche sin dal 1941, avevano iniziato a salire da mesi. Si stava, infatti, decidendo del futuro di quel territorio. Gli inglesi, decisi a smobilitare ogni presenza e influenza italiana nella regione, avevano favorito l'idea della nascita di una Grande Somalia che sarebbe rimasta sotto influenza britannica. Il movimento politico somalo più vicino a questa idea era, appunto, la Lega dei giovani somali, disposta ad accettare, pro tempore, un mandato britannico prima di andare verso l'indipendenza. I coloni italiani e altri partiti somali, ovviamente foraggiati da Roma e legati a funzionari del ministero dell'Africa Italiana (che continuò a operare sino al 1953), peroravano una continuità con la precedente amministrazione e un percorso verso l'indipendenza che non passasse da un controllo inglese. Nei primi giorni del gennaio 1948 questo braccio di ferro politico stava per giungere a una svolta fondamentale. Era arrivata a Mogadiscio la Commissione Onu composta da membri delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e Unione sovietica, informalmente nota come «Commissione Quadripartita». La delegazione aveva l'incarico di verificare la volontà della popolazione locale e di trovare una mediazione ragionevole. In caso di insuccesso la palla sarebbe passata all'assemblea generale dell'Onu.

Al loro arrivo i delegati erano stati accolti da numerose manifestazioni, ben orchestrate dai coloni e dai nostri diplomatici, di somali favorevoli a un ritorno, sia pur temporaneo, di un governo italiano. Ovviamente questo destò notevole sorpresa sia nell'ambito della Bma - la British Military Administration - che negli ambienti più «pansomali» come la Lega dei Giovani Somali. La Lega, quindi, organizzò un'imponente manifestazione proprio per quella domenica. I filo-italiani prepararono delle contro-manifestazioni. Che vennero prima scoraggiate, poi vietate, poi permesse. Italiani e inglesi iniziarono una complessa negoziazione, portata avanti con l'irresponsabile e irrealistica presunzione di controllare alla perfezione gli umori dei propri sostenitori tra la popolazione locale. L'agente del ministero dell'Africa Italiana, Vincenzo Calza, e il colonnello britannico Thorne recitavano un minuetto diplomatico di tensione calcolata, nel tentativo di volgere la situazione a favore dei propri governi. Ma la faccenda non era affatto così liscia, anche perché i somali filo-italiani (ma forse sarebbe meglio dire ostili alla Lega) accusavano i loro avversari di aver introdotto a Mogadiscio un gran numero di forestieri violenti, e si sentivano minacciati. Del resto in città erano circolati, sin dal dicembre 1947, anche volantini minacciosi contro gli italiani e i loro sostenitori. La mattina dell'11 gennaio 1948 la violenza esplose, la sede della Lega dei giovani somali venne attaccata. L'entità di quell'attacco non è completamente chiara. Ma di certo poi i sostenitori della Lega sciamarono per la città. A caccia di italiani che, come testimoniò persino uno dei membri della stessa Lega: «Del tutto ignari di ciò che stava succedendo, circolavano liberamente nella città vestiti a festa e troppo tardi corsero ai ripari». Fu vera macelleria, riferisce la stessa fonte: «Intere famiglie furono massacrate, ciò contrariamente all'usanza somala secondo la quale nei casi di conflitto le donne e i bambini devono essere risparmiati». Gli italiani, colti alla sprovvista, raramente riuscirono a difendersi, anche perché non molte erano le armi a loro disposizione sotto l'occupazione inglese. Ci fu chi ci riuscì, come il maresciallo Gerardo Cian che coprì, con la sua pistola d'ordinanza, la fuga di molte persone. Forse altri colpi partirono dal presidio italiano a difesa della centrale elettrica di proprietà di Cosmo De Vincenzi. Non è certo. Invece è certo che, proprio in virtù dei presunti spari la polizia britannica pensò di schierarsi a difesa dei membri della Lega. E che questo li fece sentire ancora più autorizzati a proseguire nella loro aggressione. Tutto questo per non parlare delle carenze dei soccorsi a scontri terminati.

Il giorno dopo su una città devastata si concentrò l'attenzione del mondo e partì una ridda di accuse incrociate tra Londra, Roma e i nascenti partiti somali. Poi pian piano, mentre la situazione diplomatica si chiariva e si sedimentava, i contrasti vennero messi sotto il tappeto. A seguito dell'eccidio, Londra ordinò l'istituzione di una commissione d'inchiesta presieduta dal maggiore Flaxman, cui partecipò, a titolo di osservatore, il console italiano a Nairobi, Della Chiesa. Il Rapporto Flaxman però non ebbe conseguenze ufficiali e nessuno venne ritenuto responsabile per l'eccidio. Anzi, il suo contenuto fu subito reso top secret e declassificato solo pochi anni fa. Del resto erano tempi di Guerra fredda e l'amministrazione italiana, che poi si rivelò piuttosto affidabile, venne alla fine considerata la soluzione migliore. Così anche il nostro governo finì per cooperare alla cancellazione della memoria, nonostante il putiferio iniziale scatenato, come spesso accade, dalla stampa italiana e nonostante la fuga disperata di molti connazionali da Mogadiscio. Ora per fortuna il saggio di Urbano e Varsori consente di rivisitare quei fatti tragici con obiettività, prendendo atto delle mancanze inglesi, ma anche degli errori degli italiani e del substrato di violenza che si stava sviluppando all'interno della società somala.

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