Critiche liberali all'Europa dei tecnocrati

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6 Marzo Mar 2019 16 giorni fa

Per decifrare le lacerazioni che tormentano il nostro continente non c'è miglior modo che estraniarci per un attimo e leggere tutto con distacco. E fa bene Corrado Ocone, nel suo ultimo libro (Europa. L'Unione che ha fallito, Historica), ad utilizzare come grimaldello dialettico la vecchia metafora di Flaiano, facendo atterrare il famoso marziano su suolo europeo. Quell'alieno scoverebbe subito il reale motivo delle odierne lacerazioni, e cioè la rinuncia ad alti ideali.

Questo è il peccato d'origine marchiato sin dalla Convenzione presieduta da Giscard d'Estaing. Si volle omettere il preambolo sulle origini pensando di fare a meno della centralità del cristianesimo, da cui pure era fiorito il liberalismo, per sottomettersi ad una «mentalità razionalistica» che sempre tende a normalizzare ogni naturale anelito di diversità in seno alla società, alla politica ed alla economia. A quei riferimenti spirituali e culturali si è creduto opportuno sostituire l'ossessivo e reiterato appello al Manifesto di Ventotene di Spinelli e Rossi, che pochi hanno letto e, soprattutto, mai nessuno ha contestualizzato al momento storico in cui fu scritto («e che invece maschera un metodo e dei contenuti non proprio liberali dal tratto giacobino-leninista»).

L'Europa sta già centralizzando molte funzioni, sul modello delle altre organizzazioni sovranazionali (Fondo Monetario Internazionale, Corte dei Diritti dell'Uomo, Onu ecc.) e allevando una burocrazia potente che tenta di auto preservarsi. Ecco spiegato il motivo per il quale le identità particolari e i vecchi confini degli stati nazionali interessano poco mentre si tende a predisporre, anche per il futuro, un organismo spoliticizzato, possibilmente «neutro». Una weberiana «gabbia d'acciaio» che non tolleri nessuna forma di dissenso e di cui non mancano esempi. Nel 1992, i danesi votarono contro Maastricht ma poi furono obbligati a tornare alle urne; lo stesso per gli irlandesi, dopo che avevano votato contro il Trattato di Nizza; per i francesi e gli olandesi con il Trattato costituzionale europeo (Tce) impostogli poi come Trattato di Lisbona. Infine con i Greci che, nel 2015, votarono contro il piano di austerità di Bruxelles che, però, gli fu inflitto lo stesso. Una gabbia a cui, dunque, si è arrivati in maniera progressiva. Un graduale mutamento di indirizzo che avviene con la crisi finanziaria del 2006-2007 ma di cui Ocone riconosce i prodromi già con la firma del Trattato di Maastricht (1992), quando entra in scena questa «mentalità razionalistica» che inneggia alla spoliticizzazione e ai tecnici, «coloro che dietro compenso, offrono competenze, del tutto sciolte da ogni finalità etica al miglior offerente».

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