Così il calcio salva centinaia di bimbe da analfabetismo e nozze combinate

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8 Marzo Mar 2019 11 giorni fa

Franz e Rose Gastler hanno fondato una scuola in cui le ragazze possono fare sport e studiare. Togliendole dalla strada e da un futuro oscuro

Neeta ha 19 anni e sembra ancora una bambina. Come parla, come si muove. Eppure la guardi negli occhi e vedi una vita già vissuta. Soprattutto vedi che è la vita che lei ha deciso di vivere, nonostante tutto. In avanti, come un pallone che rotola. Neeta ha gli occhi che brillano, e con i suoi ci sono quelli di Hema, Konika e Radha: hanno una statuetta in mano, quella che la Fondazione Laureus ha assegnato loro come esempio del programma Sport for Good, lo «sport che fa del bene», attivo in 40 Paesi del mondo con i più grandi campioni di ogni disciplina come testimonial. Perché a Neeta, Hema, Konika e Radha lo sport ha fatto del bene. Il calcio soprattutto. E come a loro ha fatto del bene a centinaia di piccole donne che vivono nel fango e nell'ignoranza, permettendo loro di diventare donne. Finalmente.

«Vengo da un villaggio dove le bambine sopra i dieci anni vengono date in spose. È la tradizione, anche della mia famiglia». Comincia così il racconto di Neeta, la voce è squillante, le parole arrivano con una velocità esuberante, nell'inglese che ha imparato nella scuola che le ha salvato la vita. Si chiama Yuwa, ovvero «gioventù», ed è stata fondata da Franz e Rose Gastler, due americani di Minnesota e Missouri che hanno scoperto l'India in viaggio e ne hanno fatto una nuova casa. Yuwa è a Ranchi, una città nello stato dello Jharkhland, nel nord dell'India. Comunità Hindi, religione induista dunque. Ma soprattutto fuori dal mondo, a volte fuori anche dalla civiltà se è vero che le statistiche economiche raccontano che il 40% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, nonostante l'area fornisca quasi la metà delle risorse minerarie dell'intero mastodontico Paese: «In questa regione ci sono circa 36 milioni di abitanti ma solo un quarto vive in una città - racconta Franz Gastler -. Le abitudini familiari sono terribili: nei villaggi di solito gli uomini spendono i pochi soldi che hanno nell'alcol e quando tornano a casa le mogli ne fanno le spese. Le bambine poi sono le vere vittime: 6 su 10 non vengono neppure mandate a scuola e finiscono per essere oggetto di matrimoni combinati prima dei 15 anni. E soprattutto di continue violenze». Nella classifica della condizione femminile, lo Jharkhland è negli ultimi posti del mondo, «e anche nella mia famiglia - racconta Neeta - io sono un'eccezione: ho due sorelle più grandi che si sono sposate presto e una piccola che purtroppo non ha seguito il mio esempio». Esempio e pallone, ecco la formula che però funziona. Per lei e non solo.

Insomma: nel 2008 i Gastler avviano un progetto di educazione e Yuwa ne era una parte. L'idea è che se le ragazze fossero impegnate in uno sport, avrebbero capito il valore di andare a scuola, e di imparare cosa c'è fuori dal villaggio. «Perché è stato scelto il football - dice ancora Neeta -? Perché è semplice: c'è un pallone, dai un calcio, cominci la partita». La voce gira, famiglia per famiglia. Cominciano i primi gol. L'eco arriva esce dalla regione, arriva anche sulle pagine del quotidiano New Indian Express, il calcio fa l'ennesimo miracolo, Gastler può raccontare le grandi difficoltà, burocratiche, culturali, familiari: «Abuso e apatia sono le sfide più grandi che le ragazze devo battere. Le donne qui sono ignorate e non è permesso loro sognare. Vengono derise e insultate se si permettono di vestire pantaloncini corti, o di giocare con i ragazzi. Eppure noi andiamo avanti, quella partita la stiamo vincendo». Perché Yuwa è diventata appunto una scuola, la Fondazione ha cominciato a costruire un college e raccontare questa storia può aiutare a fare arrivare altre risorse. Le ragazze, che adesso giocano su un campo sterrato con due porte fatte di stecchi di legno, presto potranno avere un campo quasi in erba per gli allenamenti. E poi ci saranno un vero e proprio alloggio per tutte loro, per tenerle lontane da chi vuole rapire loro la gioventù.

E la storia di Neeta e di quelle bambine spose mancate comincia a fare effetto: il loro esempio vale quanto un gol di Messi o Cristiano Ronaldo. Quando si sono formate le prime squadre, una di queste è stata invitata in Spagna per un torneo, e la scoperta è stata che c'è qualcosa là fuori. Si può uscire dal fango dell'ignoranza, nonostante la procedura per farsi dare un documento fosse diventata una corsa a ostacoli: «Una bambina? Una donna? Perché mai vuoi avere un passaporto?», si sentivano rispondere. «Ci sentiamo delle regine» diranno poi loro, invitate a parlare in conferenze pubbliche come Tedx e appunto premiate e sostenute da Laureus. E brillavano gli occhi, sul palco, mentre Arsene Wenger - il tecnico francese dell'Arsenal per oltre un ventennio - consegnava loro il premio. «Abbiamo 450 bambine nella scuola e noi allenatrici siamo arrivate a essere 95», spiega sempre Neeta. E tra di loro c'è anche Kalawati, che ora ha 18 anni e dopo avere cominciato a Yuwa nel 2009, è stata la prima ragazza a essere selezionata nelle squadre Under 17 e Under 19 dello Jharkhand, prima di prendere il patentino per diventare coach. Come Hema, come Konika, come Radha. E come Neeta: «Vogliamo che la nostra storia diventi quella di tante ragazze come noi e il nostro esempio sta dando i risultati, il calcio sta salvando la vita alle donne del futuro. Abbiamo finalmente un'opportunità, possiamo decidere per noi stesse. Quando ho detto ai miei genitori che volevo giocare a calcio, frequentare una scuola, essere indipendente, ho detto anche loro che non mi dovevano dare più nulla: avrei fatto tutto da sola. Hanno capito, mi hanno lasciato andare. E adesso sono io a guidare la mia vita, non ho più bisogno di nulla. Non abbiamo più bisogno di null'altro che di noi stesse». Oltre che di un pallone, s'intende.

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