Eni alza la cedola e punta sul "verde"

Eni alza la cedola e punta sul verde
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16 Marzo Mar 2019 9 giorni fa

Descalzi: «Investiamo 1,4 miliardi sulle rinnovabili». Il programma di buy back

Verde, tecnologica, con la garanzia di offrire ai propri azionisti un rendimento del 5% annuo. E una nuova sfida: azzerare le emissioni di carbone generate dalle attività di esplorazione e produzione entro il 2030. È questa la «nuova Eni 2022» disegnata dall'ad Claudio Descalzi nel piano industriale da 33 miliardi di investimenti presentato ieri al centro ricerche di San Donato: un'area che integra le storiche strutture di Metanopoli in un unico grande polo dove sono allo studio più di 200 nuove tecnologie.

Ridotto il debito, accresciuta la produzione e avviata la diversificazione del business, il Cane a sei zampe è pronto a inaugurare una nuova stagione all'insegna della transizione energetica che troverà anche nelle rinnovabili, nella raffinazione verde e nei biocarburanti la spinta alla crescita. Un vero e proprio cambio di pelle per Eni che ormai ama definirsi una energy company. «La decarbonizzazione è una priorità del nostro cda», spiega Descalzi fissando al 2030 la «neutralità carbonica»: un programma per ridurre l'impatto ambientale delle sue attività. «Riusciremo a raggiungere quest'obiettivo aumentando l'efficienza operativa, riducendo al minimo le emissioni dirette di CO2 e compensando le emissioni residuali con progetti di forestazione», ha spiegato Descalzi puntando 1 miliardo di investimenti sull'economia circolare. Un business per il quale Eni sta mettendo a punto una tecnologia tutta sua. Lato rinnovabili, con 1,4 miliardi di investimenti, la capacità installata salirà a 1,6 GW a fine piano (5 GW al 2025). Uno sviluppo che avverrà in particolare in Italia e in Africa.

Quanto invece all'impegno complessivo per tutte le attività in Italia, ha detto Descalzi, solo quest'anno sono a disposizione 2,4 miliardi.

Il ritorno degli investimenti previsto è «a due cifre, tra il 10 e il 15%». Petrolio e gas, che restano centrali, rendono «il 24-25%, ma con un rischio minerario e geopolitico che il verde non ha», ha chiarito l'ad.

Sul fronte upstream (esplorazione e produzione di gas e olio), si stima una crescita della produzione del 3,5% l'anno; centrale anche la raffinazione, in particolare negli Emirati Arabi. Un modello di sviluppo che dovrebbe migliorare ulteriormente la cash neutrality (punto di pareggio, ndr) a 50 dollari al barile a fine piano (da 55 dollari). Questi risultati sosterranno la politica di remunerazione agli azionisti che prevede, per il 2019, un dividendo in crescita del 3,6% a 0,86 euro per azione. In aggiunta, Eni avvierà un programma di buyback per 400 milioni nel 2019, che sarà confermato negli anni successivi con un Brent a 60 dollari. Nel caso di Brent a 65 dollari il programma potrebbe salire a 800 milioni annui. A conti fatti, il piano di riacquisto potrebbe andare, quindi, da 1,6 miliardi a 2,8 miliardi di euro e sarà avviato a «giugno, luglio, comunque dopo l'assemblea» di Eni del 14 maggio, ha indicato Descalzi. Con un prezzo del Brent tra 55 e 60 dollari al barile Eni destinerà la differenza rispetto alla cash neutrality all'aumento del dividendo e al taglio del debito, ma con un Brent sotto i 60 dollari «non ci sarà buyback», ha spiegato il cfo Massimo Mondazzi.

Assumendo uno scenario stabile, il flusso di cassa operativo 2019 crescerà di circa 1 miliardo di euro rispetto al 2018, con un'ulteriore crescita di 2,6 miliardi al 2022. Insomma, un piano organico, ma senza shopping. Infatti, Eni non ha bisogno «di crescita inorganica, di comprare qualcosa», ha chiarito Descalzi. Tutte indicazioni che il mercato ha apprezzato: il titolo Eni ha chiuso la seduta in rialzo dello 0,53% a 15,6 euro.

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