La strage nelle moschee del killer suprematista per punire gli "invasori"

La strage nelle moschee del killer suprematista per punire gli invasori
Inside Over
16 Marzo Mar 2019 16 marzo 2019

Uccise 49 persone. Una donna fra i tre arresti Il blitz pianificato e annunciato via chat

Non ha lasciato nulla al caso Brenton Tarrant, l'australiano 28enne che ieri ha provocato una strage prendendo d'assalto le moschee Masjid Al Noor e Linwood Masjid a Christchurch, in Nuova Zelanda, uccidendo 49 persone e ferendone altre 48. Dalle armi potenti, alla microcamera sistemata sul caschetto per riprendere l'eccidio, dalla rivendicazione redatta in 74 pagine, fino alla scelta di un brano serbo inneggiante a Radovan Karadzic, che ha ascoltato con le cuffiette mentre a colpi di mitra spezzava esistenze e seminava il terrore. Tarrant ha pianificato tutto facendo sprofondare venerdì pomeriggio alle 13.40 (da noi era l'1.40 di notte) la Nuova Zelanda nel peggior incubo della sua storia. Conosciuta nel mondo per la gesta degli All Blacks e per la danza dei Maori, Tarrant ha cambiato ogni prospettiva, dando vita al suo ballo macabro. «È uno dei giorni più bui della Nuova Zelanda. Siamo davanti a un atto di violenza senza precedenti», ha spiegato ai media il premier Jacinda Ardern, visibilmente scossa.

Purtroppo quanto accaduto è anche racchiuso in un video di 17 minuti, una vera e propria diretta streaming che Tarrant ha diffuso in rete attraverso il suo profilo Facebook, dall'arrivo in auto, fino alla fuga. Aveva persino dato appuntamento agli internauti dal portale 8chan, «metterò in atto un attacco contro gli invasori, e lo vedrete in diretta». Nelle immagini girate dall'attentatore si intuisce persino che stesse telefonando ad amici per «vantarsi» del gesto, mente sui caricatori dei mitra utilizzati figurano nomi scritti con indelebile bianco. Tra questi anche quello dell'italiano Luca Traini, responsabile del raid di Macerata del 3 febbraio 2018. Il filmato è stato rimosso dal social, ma continua a girare in rete. Le immagini si intersecano con i racconti dei superstiti. Khaled Al Nobani, uno dei responsabili della moschea di Al Noor, ha assistito all'attacco. «Era l'1.40 del pomeriggio. Mi trovavo di fronte al cancello quando lui è arrivato. Aveva un elmetto e degli occhiali, era vestito da militare, impugnava un mitragliatore e aveva alla cintura un'altra pistola e molti proiettili. Gli ho chiesto che cosa stesse facendo, ma non mi ha risposto. Mi ha guardato, poi ha cominciato a sparare, colpendo le persone una per una, uomini, donne e bambini». Dopo aver compiuto la prima strage, Tarrant ha percorso i 7 chilometri della Bealey Ave che separano i due luoghi di culto a bordo di una station wagon beige per uccidere ancora. «Sentivo le urla strazianti dei tanti colpiti a morte racconta Syed Mazharuddin un fedele - sono rimasto immobile, pregando Dio di essere risparmiato. Il killer ha ucciso alla mia destra e alla mia sinistra. Poi si è spostato nella stanza dove pregavano le donne e da lì sono arrivate altre urla che non riesco a dimenticare. Siamo fuggiti in massa, coperti di sangue».

In un primo momento si era diffusa la notizia che a entrare in azione fosse stato un commando di quattro persone (due risultano tutt'ora in stato di fermo), ma gli inquirenti sono poi riusciti a catturare Tarrant speronando l'auto. L'uomo, già incriminato per la strage, comparirà oggi davanti alla Corte del tribunale di Christchurch. Durante il primo interrogatorio ha riferito di ispirarsi a Breivik, il macellaio di Oslo, di essere venuto in Nuova Zelanda solo per pianificare e addestrarsi all'attacco, di non essere membro di alcuna organizzazione e di voler dimostrare che anche le parti più remote del mondo non sono esenti da «pericolose immigrazioni di massa».

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