Così gli anziani hanno fatto scudo col loro corpo

Così gli anziani hanno fatto scudo col loro corpo
Inside Over
17 Marzo Mar 2019 17 marzo 2019

Tre gli eroi e solo uno è salvo. Rashid è morto col figlio affrontando l'attentatore a mani nude

Rifugiati, bambini, e un pugno di eroi che ha tentato di fare scudo per salvare quante più vite fosse possibile. Ci sono storie diverse nella Spoon River di Christchurch, nell'elenco dei caduti per la mano esaltata di Brenton Tarrant nel giorno di preghiera, il venerdì.

C'è la storia di Naeem Rashid, l'insegnante pakistano che a mani nude ha affrontato Tarrant cercando di fermarlo, ed è stato da questi gravemente ferito, per poi morire in ospedale. Nel video girato dall stesso attentatore lo si vede nel suo toccante tentativo. Il suo nome, #NaeemRashid, è diventato un trend topic sui social in Pakistan. Con lui è morto anche il figlio ventunenne. Talha, che stava organizzando le sue nozze in Asia.

C'è la storia di Daoud Nadi, settantunenne afghano fuggito negli anni Ottanta da suo Paese invaso dai russi. Forse sentendo di avere meno da perdere di altri si è gettato davanti all'attentatore per proteggere gli altri fedeli, finendo ammazzato, il primo nome della lista delle vittime identificate.

C'è la storia di Abdul Aziz, che alla moschea di Linwood ha placcato Tarrant e ha cercato di colpirlo con un Pos, una di quelle macchine per fare i pagamenti con i bancomat, il primo oggetto trovato del quarantottenne afghano. Non è riuscito a impedire la mattanza ma a un certo punto ha costretto il suprematista alla fuga e ha anche cercato di inseguirlo. Si è salvato ma soprattutto ha salvato chissà quante altre persone.

C'è la storia di molti ragazzini: Sayyad Milne, somalo che da poco aveva compiuto 14 anni e alla moschea aveva accompagnato come ogni venerdì la mamma; Hamza Mustafa, sedici anni, un siriano che era arrivato in Nuova Zelanda da pochi mesi con la famiglia, lui è disperso e il papà Khaled è morto; come è morto Abdullah Dirie di appena quattro anni, figlio di un Adan Ibrahim Dirie, un somalo fuggito in Nuova Zelanda negli anni Novanta, ferito a sua volta mentre sono illesi i quattro fratelli di Abdullah. viene dato per morto anche Mucad Ibrahin di appena tre anni, grandi occhi scuri e tanta voglia di giocare. Era alla moschea al Noor, il suo corpo non è stato trovato né è negli ospedali, quindi le speranze che sia vivo sono sottili come carta velina. La moschea Al Noor è gestita da somali e ci sono molte vittime di questa nazionalità. Poi ci sono indiani come Farhaj Ashan, trentenne di Hyderabad che era un ingegnere informatico. Molti dei morti erano laureati, professionisti, studenti. Schegge di un islam che voleva integrarsi ed è stato disintegrato.

E poi ci sono gli undici feriti in terapia intensiva per cui si trepida, mentre altri 25 feriti sono ricoverati ma non in pericolo di vita.

La Nuova Zelanda e anche la vicina Australia, da cui è arrivato l'attentatore, sono sotto shock. Ieri il sito dell'associazione Victim Support, che ha lanciato una sottoscrizione in favore delle famiglie delle vittime, è andato in tilt a causa delle troppe donazioni, oltre 8mila per un totale parziale 530mila dollari.

La commozione ha contagiato anche l'Italia. Ieri pomeriggio una fiaccolata in ricordo delle vittime di Christchurch si è tenuta a Firenze mentre oggi si replica in diverse città italiane tra le quali Milano (organizzata dall'Ucoii, l'Unione delle comunità islamiche in Italia, alle 18 in piazza Castello) e a Bologna.

AnCu

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