Il giallo della modella: i conti che non tornano sull'avvelenamento

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17 Marzo Mar 2019 6 giorni fa

Radioattività esclusa nella morte della teste del caso Ruby. I metalli nel mirino dei Pm

Si complica ancora, se possibile, il mistero intorno alla morte di Imane Fadil. Smentita dagli scienziati l'ipotesi del «mix di sostanze radioattive», si continua a seguire la pista dell'avvelenamento. Per tre motivi: la 34enne, teste nei processi sul caso Ruby, riferì proprio questo timore. Presentava sintomi compatibili con la somministrazione di un veleno. E i medici dell'ospedale Humanitas, dove è morta il primo marzo dopo un mese di agonia, hanno effettuato esami in tale direzione.

Il Centro antiveleni dell'Istituto Maugeri di Pavia, diretto da Carlo Locatelli, è un'istituzione in materia. Lì il 26 febbraio l'ospedale ha inviato i campioni per i test tossicologici. Ieri Locatelli, che firmò i referti del 6 marzo, precisa: «Ci è stato richiesto il dosaggio dei metalli, ossia la loro individuazione in liquidi biologici». Sull'avvelenamento e sulla radioattività: «Il nostro Centro non identifica radionuclidi (particelle che emettono radiazioni, ndr) e non effettua misure di radioattività». Gli esperti di Pavia, nel leggere i risultati, non hanno lontanamente pensato a un avvelenamento. Né che i metalli trovati fossero la risposta alle domande sulle cause della morte. Le uniche tre sostanze risultate leggermente sopra la norma sono state cobalto, cromo e molibdeno. Si trattava però di quantità trascurabili. Il più rilevante, il cobalto, aveva una concentrazione dello 0,7 per cento. E questa sostanza è tossica (ma non ancora letale) sopra il 41 per cento. Non solo. Sono sostanze reperibili abbastanza facilmente in commercio.

La Procura di Milano, dove l'aggiunto Tiziana Siciliano ha aperto un fascicolo per omicidio volontario, non ha mai confermato la presenza di sostanze radioattive. Le indagini però si focalizzano sui metalli. In particolare sulla concentrazione di alcuni di essi nel sangue della giovane donna: se non trovati in valori considerati di certo letali, almeno presenti in modo da accendere più di un dubbio. I sintomi di Imane - dolori addominali, vomito, fegato compromesso - erano compatibili appunto con l'avvelenamento. Ma non è escluso che fossero dovuti a una malattia per ora misteriosa. La prima ipotesi formulata dal medici è stata quella del lupus, grave patologia autoimmune. La terapia somministrata e prevista in questi casi tuttavia è stata inefficace.

La soluzione del giallo potrebbe arrivare dall'autopsia, disposta dai pm e prevista per mercoledì o giovedì (a ben 20 giorni dal decesso). A capo del pool di consulenti cui è affidata c'è Cristina Cattaneo, docente di Medicina legale alla Statale di Milano. Da quanto si è appreso ieri, la giovane al ricovero presentava una gravissima disfunzione del midollo osseo che aveva smesso di produrre globuli bianchi, rossi e piastrine. Perciò sono state necessarie molte trasfusioni. Quest'ultima circostanza, insieme al lungo tempo trascorso tra l'eventuale somministrazione di veleno e le analisi, potrebbe aver diluito la concentrazione di sostanze tossiche. I medici comunque a un certo punto hanno ordinato i test tossicologici, da prassi partendo dalle sostanze più comuni. Per poi arrivare a quello ad ampio spettro su 50 metalli. Alcuni dei quali, sulla carta, sono potenzialmente radioattivi. Qui si torna alle ipotesi più inquietanti, di sostanze molto sofisticate. Fonti sanitarie insistono: da quei test è risultato qualcosa di non comune. E dall'autopsia arriverà una risposta altrettanto fuori dall'ordinario. Difficile spiegare altrimenti perché i medici non siano riusciti a venire a capo del rebus.

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