Quell'autobus che ci ha fatto perdere ogni certezza morale (e culturale)

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29 Marzo Mar 2019 23 giorni fa

Occorre gestire le situazioni di conflitto che hanno stracciato il contratto sociale

Un uomo di origine senegalese che dà fuoco al pullman di cui è l'autista abilitato richiama alla mente un altro uomo di origine tedesca che, qualche anno fa, si uccise schiantando l'aereo che pilotava contro una montagna, uccidendo anche i passeggeri che trasportava. Questi due episodi, pur mantenendo un lato oscuro che difficilmente riceverà luce se non nel Gran Giorno in cui tutte le cose saranno chiare, presentano una somiglianza e una differenza che val la pena sottolineare, perché riguardano (l'una come l'altra) il nostro futuro prossimo.

Comincio dalla somiglianza. A metà anni Settanta, don Giussani, illustrando alle matricole dell'università Cattolica il senso dell'espressione «certezza morale», riportava alcuni esempi illuminanti. Tra i quali spiccava quello del tranviere. Nessuno di noi, diceva, quando sale sul tram diretto a Lambrate, pensa che occorrerebbe una perizia psichiatrica per stabilire se il conducente sia pazzo o meno, perché quando saliamo sul tram diretto a Lambrate noi abbiamo la certezza morale che il tranviere non è pazzo e sta facendo il suo lavoro. Se cominciassimo a nutrire questi dubbi, diceva, il mondo si sfalderebbe. Bene, eccoci serviti. Se l'autista dà fuoco al pullman per protestare contro i migranti in mare e il pilota schianta l'aereo perché è depresso, sembra dunque giunto il momento di pretendere per tutti la perizia psichiatrica. Siamo dunque alla fine del mondo? Sempre don Giussani però, alla fine degli anni Ottanta, disse che per i giovani della mia generazione (25-30 anni) si era verificata una sorta di Chernobyl conoscitiva e affettiva, che aveva prodotto una sorta di incapacità cronica di aderire a ciò che appare evidente, una frattura tra evidenza e certezza, che toglie profondità al nostro sguardo, lasciandoci perplessi, affettivamente neutri rispetto a ciò che, pure, sembrerebbe vero.

Il caso del pullman e quello dell'aereo mi sembra tocchino questo punto delicato e mi fanno pensare che liquidare come pazzi gli autori di quei gesti terribili sarebbe troppo comodo. Se il problema è affettivo e conoscitivo, se tutti subiamo in qualche modo uno sfuocamento del senso della realtà, chi mi può dire se al posto di quelle due persone non ci sarei potuto essere io? A fare le stesse cose? C'è però, come detto, tra i due episodi anche una differenza: se i passeggeri dell'aereo non potevano in nessun modo salvarsi, i bambini del pullman si sono salvati. Potevano morire tutti, invece non è morto nessuno. Qui tocchiamo un altro punto che a me - forse perché sto cercando di occuparmene nel mio lavoro di narratore - appare cruciale. In un articolo apparso su un settimanale online ho letto le parole illuminanti dello psicologo Daniele Novara il quale, commentando l'episodio del pullman, conclude dicendo che «la nostra società presenta sempre più spesso situazioni di altissimo grado di conflitto. Inutile fare finta che non sia così. Allora dobbiamo lavorare sulla capacità di saper stare nel conflitto, in una situazione di tensione: non alimentare la tensione che avrebbe potuto esplodere, fare in modo che la situazione si decontragga».

Stare nel conflitto. Dalla Chernobyl antropologica segnalata da Giussani più di trent'anni fa siamo giunti a una situazione di precarietà, di instabilità dei comportamenti umani, di perenne conflitto che poco a poco ha sostituito il vecchio contratto sociale.

Inutile cercare colpe, responsabilità, inutile immaginare complotti e disegni occulti. Anche a me vien voglia dieci volte al giorno di indignarmi contro i social e l'uso che se ne fa, e di dar loro la colpa di un presunto rimbambimento generale. Forse occorre essere più larghi di vedute. E cominciare, magari, a vedere i social non come la causa, ma come l'effetto di una condizione umana instabile nata molto prima dei social, e che i social (come tante altre cose) cercano solo di interpretare, come la tecnica ha sempre fatto, configurandosi in modo da rendere il meno invivibile che si può questa instabilità dalle radici profonde.

Le generazioni più giovani stanno imparando in fretta a vivere in questa situazione, mentre noi più vecchi subiamo l'ingombro del passato e di una cultura (storia, filosofia, letteratura ecc.) che non siamo più in grado di trasmettere ai giovani. Così, i giovani non sanno più apprezzare la meraviglia del mondo (e dell'Italia particolarmente) che i loro antenati hanno saputo edificare. E noi c'indigniamo con loro, mentre è con noi stessi che dovremmo prendercela - noi, cinquantenni e sessantenni e oltre, incapaci di lasciarci dietro la nostalgia di un mondo ordinato che, semplicemente, non esiste più.

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