Storia di un'amicizia finita come un povero gatto

Storia di un'amicizia finita come un povero gatto
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3 Aprile Apr 2019 20 giorni fa

Il senso di colpa per una bravata di gioventù assume il peso di un debito inestinguibile

Dal volume che riunisce gli "Scritti dispersi" di Ottone Rosai (1895-1957) edito da Polistampa, pubblichiamo il racconto "Rimorso di un delitto", che uscì sulla rivista L'Universale di Berto Ricci del 3 febbraio 1932

Ero ancor giovane, quasi ragazzo, quando in unione al mio vecchio amico Attilio Cavallini si spendevano i giorni e le notti in atroci burle rivolte agli uomini, alle bestie e alle cose. E Cavallini, un veneziano più vecchio di me di dieci anni, che conobbi alla scuola libera del nudo annessa a quei tempi all'Accademia delle Belle Arti di Firenze, mi destò ammirazione proprio perché ritrovai in lui molti dei miei stessi caratteri.

In breve difatti ci legammo in stretta amicizia tanto che solo raramente ci si divideva per recarci a dormire. Ma credo che anche nei sogni lo sognassi sì spesso da non trovarmene mai completamente liberato.

Tra gli scherzi da combinarsi dopo l'istantanee rifaciture su vecchie tele di bozzetti del Fattori che come tali venivan venduti, ancor prima di essere fatti, al vecchio Gonnelli, i testi di libri comuni rilegati in copertine di volumi di pregio e venduti anche questi ai diversi librai della città, le arbitrarie collette a presunti poveri e amici ancor vivi ma dati per morti, le false lotterie di oggetti non esistenti, liti combinate nei caffè e nelle osterie per crear confusione e non pagare il conto e mille altre diavolerie inventate lì per lì da quel matto di Cavallini una, la più grossa, quella che ancor oggi mi fa vivere in tanto rimorso, è la burla tragica giocata a un povero gatto.

Da qualche sera si era preso a frequentare i punti della città ove comunemente convengono molte di quelle povere bestie perlustrando a quello scopo viuzze e stradine vicine o lontane dal centro, ma dove all'infuori di qualche coppia innamorata non c'è caso di trovarvi anima viva.

Guardinghi, l'amico e io camminavamo rasenti ai muri delle case, uno di qua e uno di là, reggendo con una mano una corda lasciata lenta e rasentante il terreno al centro della strada e aspettando che un gatto, nella foga di voler fuggire in senso contrario al nostro, avesse sopravanzata la corda colle sue zampe anteriori, tiravamo con mossa svelta la corda stessa tanto che l'animale roteando nell'aria a mo' di girandola arrivava a altezze iperboliche tornando poi in giù a peso morto e soffiando come una iena contro il brutale destino incontrato e la nostra incosciente allegrezza di quel momento.

Ma, appena sentiva sotto i suoi piedi la terra, non pensava a vendette, e al pari di un essere improvvisamente impazzito si poneva a correre con tale velocità da perderne ogni traccia in men di un baleno.

Ma tanto era per noi il divertimento che la nostra fantasia si andò pian piano localizzando in quel ramo di umanità felina e dai giochi passammo a un desiderio più bruto e senz'altro decidemmo di acchiapparne uno, ucciderlo, spellarlo, sbuzzarlo e infine, ben cucinato, mangiarlo.

Cavallini a tal'uopo mi spiegò com'egli fosse praticissimo in tutte queste operazioni e riuscì, come sempre a rendermi entusiasta dell'avventura.

La sera infatti mentre un bel gatto accoccolato sul muro di una cancellata che cingeva un giardino se ne stava ad accendere i suoi occhi al fuoco placido di una tonda luna, si sentì afferrato improvvisamente per la collottola dal mio amico e tra una carezza e uno scapaccione si ritrovò legate tutte quattro le zampe e penzoloni alla maniglia di un uscio nell'interno del nostro studio.

Il suo sguardo diveniva via via terribile e fissando in modo talmente umano da destar compassione (...). Dico la verità, l'avrei anche slegato e liberato da quel triste destino ma la paura mi vinse e preferii riscioglierlo da morto.

Disfatti, accasciati senza più aver coraggio di parlarci, io e Cavallini ci guardammo a lungo come si fosse commesso il peggior dei delitti.

Sempre uniti in quel modo, quasi ispirati da una forza invisibile e materialmente inesistente, io corsi in giardino a scavare una buca e il mio amico si accinse a fabbricare una croce.

Gli urli della bestia sottoposta ai colpi direttigli da un grosso bastone al naso, non troppo facilmente colpibile, ci percorrevano ora come echi d'inferno in tutto il nostro corpo e il rimorso era tale da non trovar cosa dirci.

Quest'ultima azione ci divise; io e Cavallini non ci si vide che di rado fino a perderci del tutto con l'evento improvviso della guerra.

Vent'anni siamo stati pel mondo, io a un palo e lui all'altro. Un giorno, or è poco, una lettera da Venezia portava, la vidi, la sua firma. La posi in tasca insieme a altre ripromettendomi di leggerla al caldo di qualche caffè, ma giunto che fui a un angolo di Pasckoschi (cioè «Paszkowsky», celebre caffè fiorentino di Piazza della Repubblica, al tempo piazza Vittorio, ndr) e curioso di vedere che cosa mi dicesse l'amico tanto distante nel tempo e nello spazio, non trovai più la lettera, mi era forse caduta per la strada e per l'appunto quella sola, le altre c'erano.

Chissà per ancora quanto dovremo stare divisi? Io credo alle streghe e son superstizioso, e a ogni controversia che incontri durante la vita incolpo il mio modo d'agire nei riguardi dei gatti.

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