La lunga strada lastricata di morte che attraversa gli Anni di piombo

La lunga strada lastricata di morte che attraversa gli Anni di piombo
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7 Aprile Apr 2019 18 giorni fa

Dal 1945 in poi l'Italia è rimasta spaccata in due da una faglia di terrore

Italia 1945. Il Paese che esce dalla Seconda guerra mondiale esce anche da quella che è stata una guerra civile. E si trova posizionato su una linea di faglia molto pericolosa, quella della futura Guerra fredda. È saldamente inquadrato nella sfera d'influenza degli Usa ma vanta il partito comunista più forte d'Europa. Un partito comunista che dismetterà, seppure con lentezza (solo il 60% delle armi venne realmente riconsegnato), il suo braccio armato, le brigate Garibaldi, e accetterà il ruolo di opposizione permanente sempre attenta agli interessi di Mosca. Nasce insomma una democrazia monca e militarmente debole, dove l'alternanza è impossibile, la tentazione della violenza politica sempre latente, e l'ingerenza straniera se non la regola, un'eccezione consumata spesso.

I risultati si videro subito o quasi. Alle 11 e 45 del 14 luglio 1948 il segretario del Partito comunista italiano Palmiro Togliatti stava uscendo da Montecitorio, quando lo studente siciliano Antonio Pallante gli sparò tre colpi di pistola. Togliatti sopravvisse ma il Paese finì sull'orlo della guerra civile come ha ben raccontato Stefano Zurlo nel recente Quattro colpi per Togliatti. Antonio Pallante e l'attentato che sconvolse l'Italia (Baldini+Castoldi). Il Pci aveva appena perso le elezioni e il clima politico era rovente. Pallante aveva, con tutta probabilità e come ha sempre sostenuto, agito da solo ma la politica e i mezzi di informazione montarono il caso. I giornali di sinistra, l'Unità in testa, gridarono al complotto fascista, quelli di destra al regolamento interno di conti tra i rossi. Per le strade iniziarono a ricomparire le armi nascoste subito dopo la guerra. Ci pensarono Togliatti stesso e la vittoria di Gino Bartali al Tour de France a calmare gli animi. Di lì a poco l'economia del Paese avrebbe iniziato a carburare sempre di più ma il meccanismo politico che aveva generato il rischio di guerra civile era tutt'altro che disinnescato. Lo si vide nel 1960 quando la nascita del governo monocolore democristiano guidato da Fernando Tambroni (con l'appoggio esterno del Msi) fece scatenare violenti moti di piazza che culminarono negli scontri con la polizia a Reggio Emilia del 7 luglio 1960: restarono sul terreno 5 operai tutti iscritti al Pci, tre dei quali ex partigiani.

Anche in quel caso la situazione rientrò ma la tensione sotterranea e carsica che attraversava il Paese continuava a condizionare la politica: basta ricordare il Piano Solo, ideato nel 1964. Elaborato nel corso della crisi politica del primo governo Moro, aveva lo scopo di presidiare i centri di potere dello Stato e di imprigionare gli oppositori politici considerati «sovversivi» dal servizio segreto militare. Era probabilmente inattuabile, non diverso dai piani di emergenza di altri Paesi europei, ma era il segno di una frattura mai sanata. La faglia divenne sempre più attiva e turbolenta dopo i movimenti studenteschi del Sessantotto. La nascita di corpose forze extraparlamentari levò al Pci il controllo dei militanti di sinistra. Si andò verso una rapida radicalizzazione accelerata dalla bomba di piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969. Iniziarono i Gruppi d'Azione Partigiana di Gian Giacomo Feltrinelli e il gruppo XXII ottobre che uccise a Genova Alessandro Floris, che può essere considerato il primo morto del terrorismo rosso in Italia. Era l'inizio di un proliferare di sigle di cui indubbiamente le più famose sono le Brigate rosse, che iniziarono la loro attività nel 1970. Sono molti i libri che raccontano la genesi di quella violenza, si va dalle testimonianze di chi ha attraversato tutto quel periodo come il giornalista Giampaolo Pansa L'utopia armata. Come è nato il terrorismo in Italia (Sperling&Kupfer) a chi ne ha analizzato il versante sociologico come Alessandro Orsini in Anatomia delle Brigate rosse (Rubbettino). Il vertice della violenza, o almeno della mediaticità della violenza, fu raggiunto con l'agguato, il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro (16 marzo - 9 maggio 1978). Il trauma per il Paese fu fortissimo, le zone grigie attorno alle dinamiche dell'agguato e del rapimento alimentarono un clima velenoso. Del resto era chiaro già da anni che nella loro operatività criminale molte delle sigle terroristiche, sia a sinistra che a destra, avevano goduto di ampie zone franche all'interno della società. Era l'esito anche della guerra civile mai veramente risolta oltre che della Guerra fredda.

Paradossalmente la morte di Moro segnò anche una svolta. Nel 1979, pur mantenendo una forte capacità di azione, le Br iniziarono a disgregarsi. Le altre sigle terroristiche le avrebbero seguite in un inevitabile declino. Eguale destino per il terrorismo nero, già numericamente minoritario; entro il 1982 i Nar, dopo essere stati dilaniati dalla violenza intestina, erano ormai decapitati.

Ma sugli Anni di piombo è rimasta una cappa perché molto si è scritto e detto e indagato ma su molto altro - proprio mentre ancora ieri Matteo Salvini a Parigi chiedeva a Macron di restituire all'Italia i terroristi che negli scorsi anni hanno trovato rifugio in Francia - è ancora scritto «omissis».

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