La notte piena di stelle di Caravaggio a Napoli

La notte piena di stelle di Caravaggio a Napoli
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14 Aprile Apr 2019 11 giorni fa

Dalle narrative «Sette opere di misericordia» alla drammatica «Flagellazione» di Capodimonte

Di tante mostre su Caravaggio che nella vita ci è accaduto di vedere, sempre con soddisfazione anche quando apparivano superflue, nel mito del pittore maledetto, o infestate da opere improprie, certamente quella più suggestiva, notturna, come i dipinti che la costituiscono, e come gli anni tormentati della vita del pittore, gli ultimi, a partire dal 1606, è «Caravaggio Napoli» al museo di Capodimonte, nella predestinata sala dedicata a Raffaello Causa (il cui figlio Stefano scrive in catalogo, per merito e dinastia, sulla «mostruosa» fortuna di Caravaggio).

Non una novità, perché la mostra, dopo quindici anni, duplica quella con molte delle stesse opere, e nello stesso luogo, anche se in altre stanze, curata da Nicola Spinosa, «Caravaggio. L'ultimo tempo 1606-1610». Suggestiva certo; ma necessaria? È vero: Caravaggio non basta mai, come Napoli. E i nostri occhi si rinnovano, le nostre conoscenze maturano, gli stessi quadri cambiamo aspetto, o muta la percezione che noi ne abbiamo rivedendoli con diversi stati d'animo, con nuove esperienze, o anche con più efficienti illuminazioni. Per Caravaggio luce alla luce, luce al buio, buio nella luce. Una buona messa in scena delle opere di Caravaggio è come una nuova regia di un'opera lirica, che sempre si rinnova nell'allestimento e nella interpretazione. Quante volte abbiamo visto Don Giovanni, La traviata, Otello, L'elisir d'amore? E quanti Il flauto magico sono possibili? In un certo senso per Caravaggio è accaduto proprio questo: tanti sono gli interpreti e, quanto a lui, anche un solo quadro fa scena, cambia lo spazio in cui vive.

Qui poi ci si è messo Roberto Cremascoli con Flavia Chiavaroli, e hanno inventato la notte, hanno nascosto i nostri volti, quelli che si incrociano fugacemente nei musei, per metterci davanti, nell'ombra complice, ai volti febbrili, dolenti, malati, morbosi, crudeli che Caravaggio ha incontrato nelle strade di Napoli e nelle città di Sicilia. Alcuni sono rimasti a casa: Malta non presta, la Sicilia non presta, e anche Napoli non presta a se stessa. Caravaggio diventa improvvisamente fragile; molte sono le ragioni, molti sono i pretesti. Ma anche molte le competizioni, i protagonismi, i permali. Si capisce che Spinosa, ottimo studioso che, con Ferdinando Bologna, da poco scomparso, curò l'ultima mostra su l'ultimo Caravaggio, non veda di buon occhio questa intrusione, nei suoi storici territori, di un francese sensibile e innamorato di Napoli, con le movenze distaccate dell'Indifferente di Watteau. Si capisce che uno azzeccagarbugli, che preferisce l'interdire al fare, intimidisca e imponga al ministero di non prestare un quadro, non suo, a se stesso.

Capodimonte è un istituto periferico del ministero dei Beni culturali e, senza buone ragioni di conservazione (anche se riabilitando involontariamente il gran teatro del Pio Monte di Misericordia), si è visto negare il dipinto più importante per la mostra e il suo successo, dopo aver avuto l'autorizzazione della Soprintendenza (come era logico), contraddetta (come lo era meno) dagli uffici centrali del ministero. Forme di schizofrenia multiple, non solo perché Capodimonte di quel ministero è parte integrante e vitale, ma perché lo stesso criterio, non privo di logica, di lasciare le cose al loro posto soprattutto per spostamenti così brevi, non è valso a Milano per l'altrettanto importante Canestra di frutta di Caravaggio, conservata alla Pinacoteca Ambrosiana e per sei mesi concessa (dallo stesso ministero che nega il prestito a Napoli), a Palazzo Reale, a quattrocento metri di distanza; e per sei mesi, e per una cervellotica mostra dal titolo «Natura», cui l'opera è del tutto estranea.

Lo strabico moralizzatore, che agisce a Napoli a casa sua, è stato condannato per diffamazione per aver tentato di negare il prestito di un busto di Bernini al Museo del Corso della Fondazione Roma. Ma è anche smemorato perché, mentre difende la pertinenza delle Sette opere di misericordia al Pio Monte dimentica che la Flagellazione trionfante a Capodimonte è stata sottratta, più di quarant'anni fa, dalla chiesa di San Domenico, strappata all'altare che la attende, ed è proprietà non del ministero dei Beni culturali, ma del Fondo edifici di culto (Fec) del ministero dell'Interno. Un vero e proprio scippo, che rende incomprensibile il capriccioso veto per l'altro capolavoro napoletano di Caravaggio. Ma, in questa dispettosa festa, l'assenza della sposa, come può accadere solo a Napoli, rianima il Pio Monte di Misericordia come una sede distaccata di Capodimonte, e viceversa. E l'assurdo burocratico fa ritrovare tutti i caravaggisti, meno i dispettosi, nella bella casa a Posillipo, dominante sul golfo, di Antonio D'Amato, con altri Ribera, Battistello e Mattia Preti, che prolungano la mostra.

Nella notte di Caravaggio a Capodimonte brilla l'occhio malinconico del carnefice dell'altra Flagellazione, giunta senza ostacoli dal museo di Rouen, dopo il provvido restauro del 2016. Si vedono poi inattesi colpi di sole nei capelli dello scherano inginocchiato, con la testa in controluce sul pube di Cristo nella perfetta Flagellazione di San Domenico, di dove esce dall'ombra il volto del flagellatore di destra, che sembrava coperto da una mascherina nera. Bella la pittura, densa, mobile, premonizione più di Velázquez che di Ribera. Ma alle due così diverse Flagellazioni, concepite nello stesso tempo, risponde circa dieci anni dopo la più sintetica e originale, pur nel campo caravaggesco, Flagellazione di Battistello Caracciolo, lei sì di Capodimonte, ma finalmente disposta in prossimità dell'impertinente (a Capodimonte) capolavoro di Caravaggio.

Per dire a cosa servono le mostre, consentendo di accostare nello stesso spazio dipinti lontani, per meglio capire le anime di chi li ha concepiti, con il confronto. Battistello così appare non solo originale, ma più mistico e drammatico di Caravaggio stesso, e titolare di un realismo lirico più che fisico, attraversato da una irreparabile malinconia. E se Caravaggio è manzoniano, come indica la comune origine lombarda, Battistello è leopardiano, del dolente e inconsolabile Leopardi napoletano, al tempo del Tramonto della Luna.

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