Trump gioca le ultime carte per tenere Wall Street al top

Trump gioca le ultime carte per tenere Wall Street al top
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14 Aprile Apr 2019 5 giorni fa

Le prime sei banche sono già costate ai contribuenti Usa 8.278 miliardi. Ma il presidente chiede alla Fed altri liquidi

Donald Trump ha coniato nei giorni scorsi un interessante ossimoro. A fronte di un'economia che - dice - sta «andando molto bene», il tycoon ha chiesto alla Federal Reserve non solo di tagliare i tassi d'interesse, ma addirittura di far ripartire le rotative con una nuova edizione del quantitative easing. Il cosiddetto Qe è una misura emergenziale, da tempi di guerra economica, quando si scavano trincee per proteggere la nazione dalla bancarotta. L'America così ha fatto per liberarsi dalla piaga dei mutui subprime. Seppur con la tardiva reazione dell'allora numero uno della Fed Ben Bernanke, si è salvata inondando di liquidità il sistema e spacciando al tempo stesso la narrativa secondo cui il cordone sanitario steso era a beneficio di Main Street, cioè dell'economia reale. Non così sono andate le cose, se poi, facendo leva sullo sgretolamento del ceto medio, lo stesso The Donald ha posto le basi per arrivare alla Casa Bianca.

In realtà, il Qe è servito soprattutto per strappare Wall Street e le too big to fail dal precipizio. E infatti, sotto le macerie, è rimasta solo la piccola Lehman Brothers, agnello sacrificale, l'esempio da esibire contro l'ingordigia, mentre i colossi del credito sono stati messi in sicurezza, coperti di migliaia di miliardi dei contribuenti.

Col passare degli anni si tende a dimenticare le cifre messe sul tavolo, ma a rinfrescarci la memoria ci aiuta un rapporto di Better Market, un'organizzazione no profit indipendente che ha come obiettivo la prosperità del popolo a stelle e strisce. Ebbene, se la controffensiva alla Grande crisi è costata alle tasche degli americani complessivamente almeno 29mila miliardi di dollari (ai quali sommare i 20mila miliardi di Pil bruciato dalla recessione nel periodo), le Sei Sorelle del credito si sono spartite, grazie ai bailout, una fetta della torta pari a 8.278 miliardi. Così divisi: Citigroup 2.920 miliardi; Morgan Stanley 2.287; Bank of America 1.535; Goldman Sachs 874; Jp Morgan 460; Wells Fargo 198.

Tanta generosità sembra per la verità mal conciliarsi con chi ha avuto, negli anni, una fedina penale non proprio da educanda. Dalle frodi e abusi nella vendita di titoli garantiti da ipoteca alla falsificazione delle informazioni sul reddito; dall'utilizzo di rating di credito non validi per titoli garantiti da ipoteca alla violazione delle norme antiriciclaggio; dalle pratiche illecite di prestito titoli all'inganno dei mutuatari subprime nella stipula di polizze assicurative, c'è una quasi infinita lista di reati commessi non proprio secondari. E, infatti, questi comportamenti fraudolenti sono costati ai sei colossi bancari qualcosa come 182 miliardi, tra sanzioni e accordi di conciliazione, di cui 154 miliardi dovuti alla malefatte legate al crac subprime e altri 13,6 miliardi sborsati nel periodo successivo. Insomma, gli antichi vizi sono duri a morire. Come quelli che, passata la buriana, sono ricominciati da capo: bonus milionari ai top manager, e ricchissimi dividendi ottenuti inflazionando il valore dei titoli grazie al ricorso ai buyback, pratica evergreen agevolata da tassi estremamente bassi. Da questo punto di vista, ben poco ha potuto il Dodd-Frank Act, la legge che nel 2010 aveva messo dei paletti ai margini di manovra della finanza e che poi Trump si è impegnato a smantellare parzialmente.

La richiesta di una nuova tornata di Qe sembra quindi l'ennesimo tentativo di foraggiare Wall Street. Sostenuta spesso da Trump a colpi di tweet. Vinta la resistenza della Fed sui tassi, con l'esito della partita sui dazi con la Cina ancora incerto e sparata anche la cartuccia contro l'Ue con la minaccia di tariffe punitive su aerei e pecorino (quando si dice l'affinità merceologica...), The Donald dovrà ora inventarsi qualcosa per tenere in piedi i rialzi di Dow Jones, Nasdaq e S&P 500. Non sarà facile.

Ben prima dell'inversione della curva dei rendimenti fra titoli a breve e lungo termine (in genere un segnale di recessione in arrivo), l'hedge fund di Goldman Sachs Asset Management aveva già puntato sulla caduta dei tassi sui T-bond a sette e dieci anni guadagnando circa l'8,8% nel primo trimestre. E non è stato l'unico. Non un buon segnale per il mercato azionario, per l'economia e anche per Trump.

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