«Vecchi contro giovani Solness come Re Lear perfetto per la mia età»

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15 Aprile Apr 2019 7 giorni fa

L'attore al Piccolo con «Il costruttore» di Ibsen «Ma non ho paura delle nuove generazioni»

Antonio Bozzo

Il 2 aprile ha compiuto 85 anni (auguri, con qualche giorno di ritardo), ma Umberto Orsini è un giovanotto. Come si può definire un uomo che vive in palcoscenico con la stessa passione degli anni 50, quando era appena uscito dall'Accademia Silvio D'Amico? Orsini, che nel 2012 ha fondato una sua Compagnia, arriva al Piccolo Teatro Grassi (16 aprile-12 maggio) con un lavoro poco frequentato di Henrik Ibsen: Il costruttore Solness, diretto da Alessandro Serra, regista di cui abbiamo visto, in Triennale, il sorprendente Macbettu. Il «Solness» è imbastito sulla paura di invecchiare e sull'ostilità verso i giovani, pronti a rottamare gli anziani. «Una storia per uno della mia età. Cerco cose che mi corrispondano, a vent'anni non si possono fare Solness né Re Lear», dice Orsini. «Al costruttore capita in casa una ragazza che pretende di essere stata baciata da lui anni prima, ancora bambina. E lo spinge ad affrontare la vita in modo giovanile. Lo porta a compiere un gesto al di sopra delle sue possibilità: mettere una corona su una torre da lui costruita, una bella metafora».

Orsini non ha però paura di lavorare con giovani, come Serra. «Per nulla. Quando ho visto un suo spettacolo l'ho ammirato moltissimo», dice l'attore. «Un regista che ha fatto la sua fortuna attraverso l'immagine e una lingua come il sardo ora si cimenta con un testo come questo. Un Ibsen difficile, non naturalista, che rompe i codici del teatro borghese. Uno spettacolo di estrema fantasia, un grande regalo che mi faccio. Non da compagnia privata, semmai da teatro pubblico». Orsini non ha fiducia nel sistema teatrale italiano. «È un sistema malato. Mi impegno per sopravvivere alla mediocrità. Fare impresa oggi è difficile, lo so bene, sono stato per anni direttore dell'Eliseo a Roma. Ma non voglio cedere le armi, anche tra ostacoli di ogni tipo. Per esempio, un titolo poco conosciuto ha possibilità di essere messo in scena soltanto grazie alla credibilità di chi lo propone». Se lo propone Orsini quel titolo si fa. Come il «Solness», scritto da Ibsen nel 1893, «un cavallo di razza da cavalcare con estro». Dice Orsini: «Non abbiamo riesumato un cadavere, né siamo gli esecutori testamentari di Ibsen. Un classico come questo, con la regia visionaria di Serra, diventa contemporaneo. Sono orgoglioso di una compagnia di giovani talenti che si confrontano con attori di navigata esperienza. Regna un senso della disciplina che mi rimanda alle grandi compagnie del passato». Non si finirebbe più di parlare di teatro con Orsini, nome d'oro delle scene. Se gli si chiede di ricordare colleghi che hanno segnato la sua carriera, egli ricorda «Ronconi, Visconti e Lavia». Ma non conta il passato, è il presente che prenda la scena. Milano è una piazza esigente. «Uno dei pubblici migliori d'Italia», dice Orsini. «A Milano ci sono il Piccolo, l'Elfo Puccini, il Parenti. Una platea molto reattiva». Orsini (non tutti gli attori lo fanno) si siede spesso in poltrona per seguire gli spettacoli degli altri. «Mi ha entusiasmato Massimo Popolizio, all'Argentina di Roma, con Un nemico del popolo'. Sempre Ibsen, ma cavalcato in modo diverso. Perché ci sono maniere diverse per rendere classici i grandi autori».

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