Persino Di Maio teme l'effetto-Raggi Non la difende per non perdere voti

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16 Aprile Apr 2019 7 giorni fa

Salvini punta su Roma che vale quasi il 5% del voto nazionale

Virginia Raggi è ormai diventata una sorta di Re Mida al contrario, al punto che perfino Luigi Di Maio si guarda bene dal prendere le difese della sindaca di Roma. D'altra parte, non è un caso che Matteo Salvini abbia deciso di lanciare il suo assalto all'arma bianca al M5s proprio prendendo di mira quello che con ogni evidenza è uno dei punti più deboli della retorica del «cambiamento» a Cinque stelle. Sono ormai quasi tre anni che la Raggi siede in Campidoglio e l'unico cambiamento che i romani hanno percepito è in peggio. Insomma, per quanto la Capitale venga da un malgoverno costante delle ultime amministrazioni sia di sinistra che di destra, tre anni di totale immobilismo sono un fatto difficile da spiegare. Ed è per questo che il leader del M5s ha preferito tacere mentre Salvini menava giù bordate contro la Raggi. E pensare che neanche un anno fa - era giugno del 2018 - il ministro dell'Interno si era schierato in difesa di Virginia: «Roma è una città stupenda e in difficoltà, ma non certo per la giunta attuale. L'immondizia per strada e le buche c'erano anche prima...». Succedeva solo dieci mesi fa, politicamente un'altra era geologica.

Già, perché nel clima di guerra permanente tra Lega e M5s, Salvini ha evidentemente deciso di aprire la breccia lì dove le mura sono già crepate. Una scelta ben ponderata, che tiene conto non solo della debolezza della Raggi e di come la sua giunta sia il simbolo principale del fallimento della politica grillina. Con i suoi quasi tre milioni di abitanti, infatti, il comune di Roma vale il 5% del voto nazionale. Insomma, raccogliere il consenso dei romani in vista delle Europee del 26 maggio è una strategia che mira anche a intercettare un consistente bacino elettorale. Lo sa bene Di Maio, che se nei primo giorni dello scontro ha preferito il silenzio, ieri - dopo l'ennesimo affondo di Salvini - si è limitato ad una scivolosa difesa d'ufficio. «Quando la Lega è un po' in difficoltà come in questo periodo - fa sapere il vicepremier in diretta Facebook da Dubai - rimettono in mezzo Roma. La Lega la usa, è un giochino». Un'obiezione per certi versi centrata, quella di Di Maio. Che però ancora una volta si guarda bene dal prendere le difese della Raggi, di cui non pronuncia mai nome e cognome. Anzi, il leader M5s ci tiene a precisare di non «rispondere nel merito» perché «quella città ce l'hanno lasciata così centrodestra e centrosinistra», una città «divorata negli anni da Mafia capitale. Che da quei tempi siano ormai passati tre lunghi anni, è cosa che Di Maio preferisce rimuovere.

D'altra parte, associare oggi la propria immagine a Virginia Raggi è quasi un suicidio politico. Peraltro - questo raccontano i rumors del Transatlantico nonostante ieri fosse uno dei soliti lunedì in cui la Camera è semideserta - il timore che si affaccia tra i vertici del M5s è che sia in arrivo per il Campidoglio qualche altra nuova grana giudiziaria, magari solo qualche altra intercettazione senza alcuna rilevanza penale. E che la notizia - questa la maldicenza di qualche deputato M5s - sia stata in qualche modo intercettata in anticipo dal Viminale. Un scenario degno del miglior complottismo grillino.

Quel che è certo, invece, è che la presa di distanza dei Cinque stelle dalla Raggi è una scelta più che ragionata. Certo, c'è la solidarietà di Roberto Fico («sono vicino alla Raggi e a tutti i sindaci in trincea», ha detto ieri il presidente della Camera). Ma non passa inosservato lo schiaffo di Danilo Toninelli, peraltro su un tema delicatissimo per la sindaca di Roma come è quello delle fermate metro chiuse ormai da mesi. Appena Atac ha fatto sapere che in settimana sarebbe stata riaperta la fermata di piazza di Spagna, il ministero dei Trasporti guidato da Toninelli ha smentito in pompa magna («è assolutamente destituito di fondamento») qualunque autorizzazione in questo senso. Per la Raggi, l'ennesima mortificazione.

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