Quanta satira (di alta classe) in un Novello: così ha ritratto le ipocrisie della società

Quanta satira (di alta classe) in un Novello: così ha ritratto le ipocrisie della società
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16 Aprile Apr 2019 5 giorni fa

A Pavia vignette e tavole inedite del grande disegnatore e pittore lombardo

Piaceva a tutti. Ai colleghi giornalisti: Buzzati, Montanelli, Oreste del Buono, Fruttero&Lucentini... E, parecchio, ai lettori. Illustratore e vignettista (soprattutto nella prima parte della vita, diciamo fino agli anni Sessanta) e pittore (soprattutto nella seconda), tratto sottile e ironia temperata, Giuseppe Novello (1897-1988), da Codogno, Lodi, Lombardia - terra dalla quale si spostò giusto per le due guerre mondiali cui toccò partecipare, la seconda in Russia - è stato uno degli umoristi più amati e divertenti del nostro '900. Un maestro - anche se lui preferiva «bidello» - della satira di costume. Capacità d'osservazione, perfidia (il giusto) e mano d'artista.

Dopo aver combattuto con la 46° Compagnia del Battaglione Tirano, e frequentato l'Accademia di Belle Arti di Brera, inizia, matita in mano e penna in testa, nel 1925, collaborando con L'Alpino, il quindicinale dell'Associazione nazionale alpini, firmando i suoi disegni con la sigla «46». Poi incontra Paolo Monelli, scrittore e alpino come lui, che gli propone di pubblicare insieme, per l'editore Treves, un libro di racconti e vignette, in bilico fra tragedia e ridicolo. Titolo: La guerra è bella ma scomoda. Un successo. È il 1929, e Novello entra anche nel giro del «Bagutta», a Milano. Salotto intellettuale, giornalistico, artistico, sociale. Dopo, la carriera è faticosa, sì. Ma definita. Fra tavole e vignette, politica e società, collabora con Il Guerin Meschino, lavora per «Fuori Sacco», la sezione umoristica della Gazzetta del Popolo, poi per La Lettura, poi per il quotidiano La Stampa. È richiesto anche da testate europee: la spagnola Libertad, la francese Je suis partout, la tedesca Berliner Illustrirte Zeitung (nel frattempo nel 1950 tiene la sua prima mostra personale alla Galleria Gian Ferrari di Milano, «Faccio il pendolare tra disegno e pittura», scherzava). E infila una serie fortunatissima di libri per Mondadori, fra il '34 e il '67, come Il signore di buona famiglia o Che cosa dirà la gente? fino a Resti fra noi (1967).

Resti fra noi, Giuseppe Novello fu un nome illustre di una stagione del nostro giornalismo gloriosa e lontana. Ma oggi dimenticato, o quasi. Ecco perché va segnalata la mostra a cura di Susanna Zatti (con il catalogo, splendido, di Interlinea) che inaugura oggi a Pavia, nel Salone Teresiano della Biblioteca Universitaria: La narrazione figurata di Giuseppe Novello (fino all'11 maggio), con disegni inediti dall'archivio dell'illustratore. Alla vernice - per dire - presenzierà Franco Contorbia, autorità massima in materia di giornalismo italiano.

Tra storia e cronaca, che Novello illustrò con malizia e intelligenza, a volte prediligendo la satira «alta», altre la «bassa» presa in giro, va registrato un commento di Dino Buzzati, sul Popolo di Lombardia, marzo 1934: «I disegni di Novello sono il felicissimo sfottò delle flaccidità spirituali e materiali, delle cortigianerie, delle sistematiche maldicenze, delle fatue vanità, del vorrei ma non posso, del cattivo gusto presuntuoso». C'è già tutto. Della sua irriverenza verso le formalità sociali, il culto dell'apparenza, le ipocrisie di quella borghesia cui lui stesso, però, apparteneva.

Per il resto, nel 1963, illustrò divinamente un nuovo testo dell'amico Monelli, uscito da Longanesi e destinato a diventare un libro capolavoro in materia: O.P., ossia Il vero bevitore. Alla salute. Di Novello.

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