Una stele ricorda l'assalto degli squadristi all'Avanti!

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16 Aprile Apr 2019 9 giorni fa

Nell'aprile di un secolo fa l'agguato al giornale socialista da cui uscirono Gramsci e Mussolini

In cent'anni nulla è rimasto eccetto una lapide. «Qui visse e abitò il quotidiano socialista Avanti! fondato nel 1896 da Leonida Bissolati». Il primo numero uscì il giorno di Natale poi la storia decise di far passare da lì i nemici politici più acerrimi. In via San Damiano 16, oggi ribattezzata via Visconti di Modrone, sorgeva il palazzo che ne ospitava la sede e fu poi abbattuto. Ma da ieri una testimonianza ricorda l'illustre inquilino a un secolo di distanza dall'assalto degli squadristi fascisti che il 15 aprile 1919 distrussero la redazione del giornale.

A capo di quella pattuglia era Benito Mussolini che dal 1912 al 1914 diresse il quotidiano e cinque anni dopo era il fondatore dei Fasci di combattimento, nucleo originario da cui sarebbe nato il partito fascista. Non era Milano bensì Torino ma la testata era la stessa e pure l'anno dell'assalto, quando dal portone usciva Antonio Gramsci che abbandonava la redazione per fondare Ordine nuovo, culla del nascente comunismo. Due personaggi, figli di un medesimo ventre politico, dal quale nacquero rivali agli antipodi ideologici. Sotto queste premesse era facile prevedere che l'Avanti! non avrebbe avuto una vita tranquilla e quel 15 aprile di un secolo fa ne fu la dimostrazione.

Era la prima volta che gli squadristi se la prendevano con il quotidiano ma non sarebbe stata l'ultima. Dal 1925 la redazione fu sequestrata ben 62 volte e nel '26 il regime lo chiuse. Quel pomeriggio di aprile però in redazione non c'era nessuno. Soltanto un fattorino. All'Arena si teneva il comizio di Turati, Treves e i socialisti milanesi. Cronisti e notisti erano tutti schierati ad ascoltare gli oratori, l'attività giornalistica sarebbe dovuta cominciare più tardi. Prima le notizie, poi il giornale. Ma non iniziò mai. La polizia aveva saputo che un'incursione era imminente e si schierò in via San Damiano. Cento agenti vennero però sopraffatti dai duecento assedianti tra ufficiali e sottufficiali tutti in divisa, arditi, giovani in borghese e camicie nere.

Il fattorino sprangò la porta e oppose resistenza ma il commando si arrampicò sui muri ed entrò dalle finestre. Fu il panico. Esplosero colpi di rivoltella e lanciarono bottiglie incendiarie. L'archivio degli abbonati venne distrutto. La sede andò a fuoco e non si salvarono nemmeno le lynotipe, prese a picconate dagli squadristi che distrussero quello che Mussolini aveva costruito nel tempo, perché la strumentazione tecnica per stampare le pagine del giornale furono figlie della direzione di quel giovane e poco conosciuto giornalista romagnolo, che aveva fatto dell'interventismo la sua battaglia ideologica, finendo poi tra gli avversari dell'Avanti! e dei socialisti. Come sempre accadde la violenza genera martiri. L'opinione pubblica, fortemente scossa da quel pomeriggio di fuoco, premiò nell'urna il partito bersagliato dai fascisti.

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