"Il detective più divertente? Quello centrifugato dalla vita"

Il detective più divertente?  Quello centrifugato dalla vita
Inside Over
30 Maggio Mag 2019 18 giorni fa

Il suo Contrera, ex sbirro che ha l'ufficio in lavanderia, ha una nuova indagine: «E combina quasi solo guai»

Il delitto ha le gambe corte, ma con Contrera, l'«investigatore privato» inventato da Christian Frascella, le risate sono lunghe. Bisogna dirlo: quello di Frascella (che ha esordito dieci anni fa con un successo, Mia sorella è una foca monaca, Fazi) è un giallo poco classico, e il suo Contrera, alla seconda puntata della saga cominciata con Fa troppo freddo per morire (Einaudi, 2018), è un personaggio scalcagnatissimo, investigatore per modo di dire perché, in realtà, è un ex poliziotto cacciato dopo avere cercato di vendere della droga sequestrata e il suo «ufficio», si fa per dire, è una lavanderia a gettoni gestita dal suo amico Mohamed, nel quartiere Barriera di Torino: insomma, uno a Contrera si affeziona subito. Il delitto ha le gambe corte (Einaudi, pagg. 370, euro 19,50) è la sua nuova indagine, sempre in parallelo a quelle della polizia, ma sempre, quasi miracolosamente, più intuitiva della realtà dei fatti; fatti che vedono intrecciarsi un cinese scomparso, un boss della mafia italiana vecchio stile, un boss della nuova mafia nigeriana, uno stalker che perseguita la ex moglie di Contrera stesso e, soprattutto, una americana che fa girare la testa a tutto il quartiere, investe un pusher e poi sparisce senza lasciare traccia.

Frascella, anche lei fa ridere come Contrera?

«Contrera è nato anche per quello, per fare ridere. Ma fa tutto lui, io non c'entro».

Qualcosa farà.

«Cerco di metterlo nei guai, poi lui ci finisce ancora di più e poi, alla fine, risolve tutto. A volte, in certe scene, non so che cosa succederà dopo».

Non fa scalette?

«Solo per la detection, il colpevole e gli indizi. Per il resto è lui che fa tutto. Io sono cupo, chiuso, mi nascondo dalla vita, soffro anche di crisi d'ansia; lui è l'opposto, il mio alter ego casinista».

Avrà il senso dell'umorismo.

«Sì, devo dire di sì».

E come si trasmette nella scrittura?

«Quando vivo, normalmente, ho pensieri divertenti che non esprimo; invece Contrera, in situazioni estreme, reagisce come reagirei io, con battute e atteggiamenti dissacranti. Scrivo di notte e rido per quello che succede... E la mia compagna al mattino mi dice: ma che avevi? La realtà, quella vera, non è divertente; quella romanzesca lo è di più, perché ci sono un inizio e una conclusione, è un mondo circoscritto».

Tutto si tiene, come nella trama?

«Tutto deve tornare. Il lettore di gialli è esigente».

Come è nato Contrera?

«Vidi questa lavanderia a gettoni e mi dissi: chi ci metto? Un investigatore. E poi, dopo un anno e mezzo, ho ripreso l'idea. Ora sto già scrivendo il terzo libro, per l'anno prossimo».

Quanto ha impiegato per questo?

«Sette mesi. Per il primo tre: mi ero imposto di scrivere tre pagine ogni giorno. Mi devo forzare, e molto, perché sono nato pigro».

Che cosa faceva prima di scrivere?

«Di tutto, l'operaio, per dieci ore in fabbrica, il call center...»

Come mai i gialli?

«Ho sempre sognato di scrivere un giallo, ma non riuscivo a trovare il protagonista. Quando l'ho trovato, non mi sono più fermato».

Grazie alla lavanderia...

«Una in corso Giulio Cesare, a Barriera, che mi ha fatto venire in mente Carver, quando raccontava di avere portato i figli in una lavanderia a gettoni: che desolazione, pensai. E da lì è nato tutto, la storia di un ex, perché Contrera è un ex tutto: ex marito, ex padre, ex poliziotto».

È un amante dei gialli?

«Ne leggo moltissimi. De Giovanni, Manzini, Lucarelli. Tanto crime americano: Ellroy, Lansdale. Ho iniziato con Agatha Christie. Ora leggo gialli più violenti, però preferisco una matrice comica, anche se è raro trovarla».

Si ispira al noir americano?

«Sì, Contrera è un investigatore all'americana, alla Philip Marlowe: Il lungo addio di Raymond Chandler è il miglior romanzo poliziesco che abbia mai letto».

Quando un giallo è bello?

«Il bello va a gusti. Il brutto, per me, è quando il protagonista non è empatico, non ti lascia niente; a me piacciono i personaggi sfaccettati, come Schiavone o Ricciardi».

E la trama?

«La detection non deve essere esageratamente portante: voglio che ci siano l'umanità del personaggio, il suo mondo».

I dialoghi?

«Mi vengono in mente mentre scrivo, mentre Contrera agisce. La morte non fa ridere ma le persone, a volte, sì, e mi concentro su quello. E poi cerco una battuta dopo l'altra, detesto i monologhi».

Si ispira a qualcuno?

«Per me il dialogo è la cosa più naturale di uno scrittore, la sua cifra. Amo i dialoghi serrati, come quelli di Tarantino, o quelli di John Niven, favolosi, immersi in trame assurde. Il dialogo è essenziale: un dialogo mortifero, o brutto, fa a pezzi la storia».

Chi scrive dialoghi brutti?

«Eh. Quanti autori, soprattutto in Italia, non sanno scrivere dialoghi».

Un nome?

«Assolutamente no. Poi magari lo incontro a un Festival... Anche perché mi è già successo, quando avevo un blog in cui recensivo libri italiani, di ritrovarmi accanto ad autori di cui avevo fatto a pezzi i libri, e non è stato piacevole».

Che altro c'è di scritto male, oltre ai dialoghi, nei gialli italiani?

«A volte c'è poca trama. Spesso gli scrittori sono ombelicali, fanno lunghe riflessioni, ah, la vita, se avessi fatto qualcos'altro... Non so se sia letteratura».

La letteratura com'è?

«Per me la letteratura deve anche intrattenere. Se scrivo e non mi diverto, che cosa scrivo a fare?».

È nato a Torino, come Contrera?

«Sono nato a Torino, 46 anni fa, e ho vissuto in Barriera per dieci anni; poi mi sono trasferito ai Castelli Romani, per amore, ma in Barriera vive ancora mia mamma e mi tiene aggiornato».

Un po' mistero ci vuole sempre?

«Certo, così scorre l'adrenalina. Se poi esce anche la verità, dal mistero, allora il noir diventa rasserenante: nella vita hai sempre tanti punti interrogativi, in tv non si scoprono mai il colpevole e il movente; invece nei libri hai delle risposte. Il romanzo nero è il romanzo della realtà contemporanea».

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